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px rouge FESTIVALS REVIEWS I 66. CANNES FILM FESTIVAL 2013 I UNA RETROSPECTIVA I DI GIOVANNI OTTONE I 2013

CANNES FILM FESTIVAL

SCHEDE CRITICHE

SEZIONE COMPÉTITION OFFICIELLE

 

 

di Giovanni OTTONE

"A touch of Sin", Jia Zang Ke

A touch of Sin

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A Touch of Sin, JIA ZANG KE, (Cina)

Vite complicate, Un road movie sorprendente nella Cina contemporanea, dai villaggi rurali dello Shanxi, nel nord, a Canton, metropoli del sud

La Cina di oggi e il suo “progresso” che calpesta la dignità della gente comune. Un Paese in cui sono saltate tutte le mediazioni sociali e politiche. Dove l'arroganza e la sfacciata corruzione di funzionari pubblici locali e nuovi ricchi vessa il popolo fino all'estremo limite. Ma anche dove alcune vittime rispondono ai soprusi con la violenza, senza timore per la propria vita. A touch of sin è un dramma polivalente ispirato da fatti reali, incidenti conclusi da morti violente: 3 assassini e 1 suicidio. Quattro storie che avvengono in regioni cinesi diverse, del nord e del sud, in contesti rurali e urbani, in bilico tra realismo e surrealismo amaro e grottesco, con alcune provocazioni "disperate". Un film radicale a vari livelli per rappresentare una società in cui i valori umani sono soffocati dalla ricerca del denaro a tutti i costi. Dahai, un minatore esasperato dalla corruzione delle autorità e dei padroni del suo villaggio e dall' impossibilità di protestare, ricorre alla giustizia sommaria. San'er, un lavoratore immigrate tornato a Chongquing, scopre le molte possibilità di utilizzo della sua pistola. Xiaoyu, trentenne inserviente in una sauna- postribolo, si difende dal tentative di violenza di un ricco e volgare cliente. Xiaohui, giovane lavoratore precario, passa da un impiego all'altro in condizioni sempre più degradanti e infine lascia la vita. Jia Zang Ke, insieme ad altri autori quali Zhang Yuan e Wang Xiaoshuai, appartiene alla cosiddetta “Sesta Generazione” dei registi cinesi. Filmmakers che hanno realizzato i loro primi film nella seconda metà degli anni ’90 in condizioni di semi-illegalità e che hanno optato per un nuovo realismo e per stili più moderni. Fin dai suoi primi film ambientati in aree provinciali rurali (Pickpocket, del 1997, e Platform, del 2000) e, successivamente, in aree industriali e a Pechino (Unknown Pleasures, del 2002, e The world, del 2004), Jia ha trattato i temi del disorientamento e dell’alienazione della gioventù cinese e degli squilibri sociali dovuti allo sviluppo economico e alla globalizzazione. I suoi personaggi amari, duri e individualisti, determinati, ma votati al fallimento dopo amene peregrinazioni, sono protagonisti di piccole e tragiche storie. Dal 2006, con Still Life (Leone d’Oro a Venezia), e poi con i film presentati a Cannes (24 City, del 2008, e I wish I knew, del 2010), ha privilegiato un registro che combina finzione e documentario, con un risultato poetico e “politico” di grande rilievo emotivo ed estetico. Ha rappresentato scene di vita reali in contesti esistenziali e sociali di mutamenti epocali, con personaggi che oscillano tra tristezza rassegnata e sprazzi di vitalismo, nostalgia o desiderio e aspettativa materialista di futura affermazione sociale. Jia ha riconosciuto pubblicamente di essere stato influenzato da autori quali Bresson, Fellini, De Sica, Ozu e soprattutto da Hou Hsiao-hsien. Anche in A touch of sin Jia riconferma il suo stile improntato al realismo stilizzato. Privilegia ancora densi piani prolungati e piani sequenza, ma in un contesto di narrazione ellittica. In più la sorprendente novità di accelerazioni inconsuete, esplosioni di violenza che ricordano i migliori film di Takeshi Kitano (coproduttore di questo film), e anche i film di arti marziali, e ardite metafore. In sostanza si concentra su destini umani controversi e tragici, attraverso un approccio audace, e sottilmente partecipativo. E spesso mostra le conseguenze delle azioni prescindendo dalle cause. Infine è da segnalare lo straordinario senso della luminosità della fotografia, curata come sempre da Yu Lik-Wai, e l'eccellente qualità del suono.

Tel Père, Tel Fils, KORE-EDA HIROKAZU, (Giappone)

Un dramma ricco di sfumature che coinvolge due famiglie di diversa estrazione sociale. Al centro il tema della paternità biologica. Ryoata è un architetto trentenne sposato con la remissiva ed elegante Midori. L’uomo è concentrato sul successo professionale, ma si occupa anche di Keita, il loro figlio giudizioso di 6 anni, futuro allievo di una prestigiosa scuola privata.  

Tel pere tel fils

"Tel Père, Tel Fils", Kore-Eda Hirokazu

 

Una famiglia ideale fino al giorno in cui l'ospedale di provincia in cui la donna aveva partorito li informa che Keita non è il loro figlio biologico, perchè al momento della nascita è stato scambiato con il bambino di un'altra coppia. Si tratta di Yukari, un piccolo negoziante e di sua moglie Yudai. Le due coppie si incontrano e familiarizzano. I 2 bambini fanno amicizia e gradualmente vengono create le condizioni per il loro cambio di collocazione familiare, ma tensioni occulte riemergono. Kore-eda evita i clichés melodrammatici ed evidenzia con sensibilità, e con note di sottile ironia, contrasti, pregiudizi e sentimenti repressi. Nonostante un'eccessiva ingessatura dei personaggi nella prima parte, il film risulta abbastanza efficace. La scelta dei tempi delle inquadrature è perfettamente funzionale alla descrizione degli stati d'animo.

Heli, AMAT ESCALANTE

La “vita comune” in Messico, condizionata da una terribile violenza. In un quartiere povero di una provincia arida vive una famiglia proletaria. Nella casupola abitano il ventenne Heli, operaio in una moderna fabbrica di automobili, con la giovane moglie e un bebé, sua sorella dodicenne Estela e il loro padre.

La ragazzina mantiene un'intensa relazione segreta con Beto, un soldato, giovane recluta. Quando quest'ultimo ruba alcuni pacchi di cocaina appartenenti ad un commando corrotto dell'esercito e li nasconde a casa di Estela, i militari irrompono nella dimora e sequestrano Heli ed Estela. La successiva efferata tortura di Heli e Beto, poi impiccato ad un ponte, segna l'inizio di una tragedia da cui i superstiti dovranno uscire senza alcun aiuto. Ascalante conferma il suo stile iperrealista e ripropone un dramma crudo, con al centro lo stravolgimento delle relazioni umane e dei desideri dei salariati ordinari, come nei suoi precedenti film Sangre e Los bastardos. Per altro in Heli privilegia un più efficace taglio documentaristico, con una lucida progressione narrativa. Facce straordinarie e immagini pregnanti, senza sensazionalismo né giudizi morali.

 

Heli

"Heli", Amat Escalante

SEZIONE CERTAIN REGARD

L'Image Manquante, RITHY PAN (Cambogia)

Un'originale e commovente ricostruzione dettagliata di tutti gli aspetti della vita durante l'agghiacciante regime dei comunisti Khmer Rossi, al potere in Cambogia dal 1975 al 1979. Seguendo la criminale utopia “ugualitaria” del fanatico leader Pol Pot, formatosi in Francia, i guerriglieri deportarono nelle campagne i 2 milioni di abitanti della capitale Phnom Pen ed eliminarono tutti gli intellettuali.

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"L'Image Manquante", Rithy Pan

 

Costrinsero la popolazione a intraprendere una rieducazione a base di estenuante indottrinamento e di lavoro forzato nei campi e distrussero opere d'arte, film, libri eogni tecnologia moderna: macchinari, medicinali, ecc. Donne e uomini, anziani e bambini, organizzati in gruppi separati, sorvegliati dalle milizie e ridotti alla fame, furono costretti a effettuare lavori inutili, con il continuo terrore di punizioni tremende e uccisioni sommarie. Alla fine si contarono 2 milioni di morti nelle fosse comuni nei campi. Nel 1975 Rithy Pan aveva 13 anni e fu deportato con la sua famiglia: fu l'unico sopravvissuto. Da anni ricostruisce episodi di quell'epoca nei suoi documentari, tra cui S 21, The burnt theatre e Duch, master of the forges of Hell. In questo film, narrato in prima persona con la voice over di Randal Douc, intreccia footage di filmini apologetici girati dagli stessi Khmer Rossi e situazioni di “vita ordinaria” di cui è stato partecipe, rappresentate mediante statuette di argilla dipinte collocate in diverse piccole maquettes.

Les Manuscrits ne brulent pas, MOHAMMAD RASOULOF (Iran)

Un film che non offre speranza. Un eccezionale atto d'accusa umano e politico. Il lucido e crudo ritratto di due assassini prezzolati, utilizzati dal regime dittatoriale iraniano. Khosrow è un ex guardia carceraria, padre di un bambino gravemente malato. Insieme al compare Morteza compie operazioni segrete di sequestro e/o uccisione, o soppressione mascherata da suicidio, di scrittori che rifiutano di consegnare i loro manoscritti considerati sovversivi. Rasoulof descrive una realtà agghiacciante. Racconta un paio di casi documentando i terribili metodi di ricatto usati dall'ufficio di censura governativo. Ma mostra anche il fanatismo di Morteza e la postura quasi indifferente, più che cinica, di Khosrow. La messa in scena è sobria, con ampi passaggi di stampo teatrale. Colpisce la magnifica fotografia con luce attenuata e colori limitati: simbolo di un Paese inesorabilmente soffocato.

 

Les manuscrits ne brulent pas

"Les Manuscrits ne brulent pas", Mohammad Rasoulof

Death March, ADOLFO ALIX Jr (Filippine)

Il curioso dramma bellico del prolifico e talentuoso regista filippino trentenne è girato in studio, con una scenografia di cartapesta. Denota un originale impianto teatrale. Propone un episodio cruciale della II Guerra Mondiale: la tragica marcia di migliaia di soldati americani e filippini prigionieri.  

Death March

"Death March", Adolfo Alix Jr.

 

Dopo la vittoria nella battaglia di Bataan, nell' aprile 1942, i soldati giapponesi costrinsero gli sconfitti a marciare nella giungla fino ad un campo di concentramento distante 65 miglia, sotto un sole cocente. Con il continuo sottofondo di gemiti, assistiamo a vari episodi e a dolorosi confronti umani. La brutalità dei giapponesi è rappresentata secondo consolidati stereotipi, ma non mancano gesti di umanità. Adolfo Alix Jr. mostra ampiamente le terribili sofferenze, causate da privazioni di cibo, acqua e cure mediche, e le esecuzioni sommarie. Peraltro è interessato alla psicologia dei personaggi e al loro tentativo di catarsi. Quindi ci mostra soldati che conversano con i cadaveri che li circondano o che hanno visioni scintillanti di donne-angeli alati e altri prodigi surreali. Un film proposto in un elegante bianco e nero, impegnativo e in parte pretenzioso, ma intenso.

Bends, FLORA LAU (Hong Kong)

Film di esordio che racconta, con speciale sensibilità, i problemi esistenziali di individui socialmente diversi in uno spazio geografico unico: le metropoli confinanti di Shenzhen, zona speciale della Cina, e di Hong Kong, ex colonia britannica tuttora con differente sistema economico.

Ogni mattina migliaia e migliaia di salariati attraversano la speciale frontiera diretti dalla prima città, dove abitano, alla seconda, dove lavorano, e la sera compiono il percorso inverso. Il ventenne Fai è uno di loro. Lavora come chauffer al servizio di Anna, una ricca quarantenne che vive in una splendida villa. L’uomo cerca disperatamente di far entrare clandestinamente a Hong Kong la moglie, quasi al termine della seconda gravidanza, affinché il bambino nascendo ottenga i privilegi della cittadinanza hongkonghese. Anna è sposata a un imprenditore truffaldino che scompare improvvisamente di casa. Lasciata priva dell'abituale flusso di denaro, deve vendere oggetti preziosi per mantenere la facciata del suo status. Tra padrona e dipendente vi è empatia, ma non confidenza. Lau costruisce un intreccio curato e interessante coadiuvata dalla fotografia di un maestro quale Cristopher Doyle, tuttavia i drammatici destini dei suoi personaggi non emozionano troppo, anche perché le loro relazioni risultano un poco artificiose.  

 

Bends

"Bends", Flora Lau

Omar, HANY ABU-ASSAD (Palestina)

Omar

"Omar", Habu Abu-Assad

 

Un dramma-thriller incalzante che evolve in tragedia. Ventenni e amici d'infanzia, Omar, Tarek e Amjad, vivono in Palestina, nel territorio occupato da Israele. Sia Omar che Amjad corteggiano in segreto Nadia, la sorella minore di Tarek. Una notte i 3 si appostano presso una postazione militare: Amjad spara e uccide un soldato ebreo. Omar viene arrestato e torturato dal Tsahal. Essendo ricattato, viene poi rilasciato quando promette di far arrestare Tarek considerate l’assassino del soldato. Quindi inizia un gioco di reciproca manipolazione tra il giovane e gli israeliani. Per altro anche Amjad collabora in segreto con questi ultimi per salvarsi, screditare Omar e sposare Nadia. Hany Abu-Assad descrive lucidamente i metodi di infiltrazione degli ebrei per debellare i guerriglieri palestinesi, ma anche il miserabile intreccio di menzogne e pregiudizi che brucia la relazione tra i 3 giovani palestinesi. Peccato che la struttura narrativa sia un poco involuta e che il finale a sorpresa risulti troppo facile e consolatorio.  

La Jaula De Oro, DIEGO QUEMADA-DIEZ (Spagna / Messico)

Opera prima venata di sentimentalismo. Un road movie drammatico che racconta il tentativo di emigrare illegalmente negli Stati Uniti. 3 sedicenni provenienti dalle baraccopoli del Guatemala si ritrovano insieme in Messico.

Juan e Sara, che si è tagliata i capelli e si spaccia per maschio, sono amici. Si spostano verso nord arrampicati su lenti treni merci che percorrono un territorio pieno di pericoli. Incontrano Chauk, un coetaneo di etnia indigena tzotzil, che si unisce a loro, mal tollerato da Juan. Nel corso del viaggio si mantengono elemosinando e rubacchiando cibo. Sono ingaggiati in nero come lavoratori agricoli. Sono perseguitati da poliziotti violenti e derubati da bande di delinquenti. Poco a poco si consolida tra loro una forte solidarietà, ma il finale è comunque tragico. Diego Quemada-Diez manifesta uno sguardo documentaristico credibile, quantunque altri film messicani su vicende similari, quali Norteado e Sin nombre, entrambi del 2009, siano più convincenti. Dirige con sicurezza i suoi giovani non attori. Per altro, essendo stato assistente di Ken Loach, indulge in passaggi politically correct troppo artificiosi.  

 

La jaula de oro

"Le Jaula De Oro", Diego Quemada-Diez

Wakolda, LUCIA PUENZO (Argentina) 

Un dramma ispirato a un'inquietante vicenda storica: la presenza del medico criminale nazista Josef Mengele, nella regione andina argentina, ospitato e protetto dalla comunità di immigrati tedeschi e sfuggito alla caccia degli agenti segreti israeliani.

Wakolda

"Wakolda", Lucia Puenza

 

Un film ambizioso che privilegia le tinte forti, ma eccede grossolanamente nel prosaico. La storia accade in Patagonia nel 1960. Una famiglia proveniente da Buenos Aires, composta da Eva, di origine tedesca e incinta di 2 gemelli, Enzo e i loro 3 figli adolescenti, incontra un misterioso medico tedesco durante il viaggio verso Bariloche. La famiglia riapre un magnifico albergo sulle rive del lago Nahuel Huapi e invia i ragazzi alla scuola tedesca. Il medico, conquistata la loro fiducia, diventa ospite dell'hotel. Poi convince Eva a prendere pillole per garantire la nascita di neonati forti e a sottoporre la figlia dodicenne Lilith a speciali cure ormonali per farla crescere. Fino al concitato finale quando il medico fugge e Enzo scopre il quaderno in cui erano annotate le sue folli sperimentazioni eugenetiche. I personaggi sono stereotipati, la recitazione degli attori è mediocre e lo stile è piattamente televisivo.  

SEZIONE HORS COMPÉTITION ET SÉANCES SPECIALES

Le dernier des injustes, CLAUDE LANZMANN (Francia)

Un documentario emozionante di quasi 4 ore, testimonianza storica e politica su un anziano ebreo, personaggio eccezionale e controverso protagonista durante l'Olocausto. Ma anche una straordinaria raccolta di informazioni sulla cultura semita e sul sionismo: una specie di summa di 50 anni di dedizione alla causa ebrea da parte dell'ottantenne Lanzmann, già autore del noto Shoah nel 1985.

Il regista propone una lunga intervista filmata, da lui stesso realizzata a Roma nel 1975, quando incontrò' Benjamin Murmelstein. L'uomo, già rabbino di Vienna, dal dicembre 1944 fu l'ultimo Presidente del Consiglio Giudeo di Theresienstadt, storica città-fortezza della Boemia, trasformata dai nazisti in presunto "ghetto modello" a partire dal 1941. Vi furono concentrate migliaia di anziani ebrei tedeschi, intellettuali, imprenditori e ricchi borghesi, e le loro famiglie, con la promessa di una residenza privilegiata in hotel lussuosi e di cure termali in cambio della cessione "volontaria" di tutti i loro beni: una odiosa operazione propagandistica del regime di Hitler. In realtà furono costretti a condizioni di vita ignobili e disumane ed eliminati progressivamente. Lanzmann interpone brani della conversazione, volta a difendere l'operato di Murmelstein, assolto in un processo istruito dai cechi dopo la Guerra, con una ricchissima mole di immagini e temi connessi.  

 

Le dernier des injustes

"Le dernier des injustes", Claude Lanzmann

SEZIONE QUINZAINE DES RÉALISATEURS

Ugly, ANURAG KASHYAP (India)

Un emozionante thriller molto dark, basato su una storia vera. E al tempo stesso un dramma che rappresenta lucidamente la crisi di identità morale dei trentenni della classe media a Bombay. Kali, una bambina di 10 anni viene rapita mentre attende in auto il padre Rahul, aspirante attore dalla vita disordinata.

Ugly

"Ugly", Anurag Kashyap

 

Shalini, la sua ex moglie e madre di Kali, è sposa infelice dell'autoritario Bose, commissario capo di distretto della polizia. Quest'ultimo organizza una ricerca accurata della bambina e mette sotto torchio il vecchio rivale Rahul con metodi violenti. Ma Kali non si trova, mentre Rahul e due suoi amici, la stessa Shalini e suo fratello, per vie diverse, tentano di estorcere un riscatto pagato dai nonni della bimba. Kashyap si conferma come il miglior autore del nuovo cinema indiano dell'ultimo decennio. I suoi personaggi mostrano una complessità psicologica mai banale. Sono irresponsabili, divorati dalla bramosia di benessere, denaro e successo sociale. Il ritmo narrativo del film è incalzante, la messa in scena claustrofobica è molto efficace, la colonna sonora ritmata è ricchissima e la recitazione degli attori è pregevole. 

Ilo Ilo, ANTHONY CHEN (Singapore)

Un piccolo esordio di qualità. Il ritratto di una famiglia di impiegati a Singapore nel 1997, e, sullo sfondo, la seria crisi economica di quel periodo in Asia. Entrambi i Lim sono impiegati: una coppia stabile, ma non priva di tensioni. Vivono con il figlio di 10 anni Jiale in un confortevole piccolo appartamento. La signora è incinta e quindi ha assunto Teresa, una domestica filippina. Quest'ultima viene subito tiranneggiata dal pestifero Jiale, indispettito per essere obbligato a condividere la sua stanza con la nuova arrivata. Poi, poco a poco, il bambino si affeziona sinceramente alla donna e i 2 diventano “complici”. Nel frattempo entrambi i Lim vengono licenziati dai rispettivi posti di lavoro. Anthony Chen racconta una storia semplice, evitando i facili luoghi comuni e dimostrando un'acuta sensibilità documentaristica. Risulta fresco, divertente e credibile.

 

Ilo Ilo

"Ilo Ilo", Antony Chen

Até Ver a Luz, BASIL DA CUNHA (Portogallo / Svizzera)

Ate Ver a Luz

"Até Ver a Luz", Basil da Cunha

 

Opera prima che offre un pittoresco e originale ritratto drammatico. In una bidonville-ghetto alla periferia di Lisbona vive una comunità di negri emigrati dai Paesi del sud: Angola, Mozambico, Guinea, Brasile, ecc. Molti poveracci e umili lavoratori che conservano le loro tradizioni. Poi ci sono i protagonisti: una banda composta da piccoli delinquenti e sfaccendati, sbruffoni e grotteschi, coinvolti nello spaccio di droga e in altri traffici e furti. Il ventenne Sombra, appena uscito dal carcere, è uno di loro. Durante il giorno l'uomo se ne sta rintanato nel suo tugurio e vezzeggia una piccola iguana. La notte esce a spacciare e a torchiare i suoi creditori. Ma il capo della gang dubita della sua fedeltà. Basil da Cunha costruisce un’opera bozzettistica, marcata da continui dialoghi divertenti e coloriti. I suoi personaggi, pur violenti, sono pateticamente intrappolati in un microcosmo.

La Danza De la Realidad, ALEJANDRO JODOROWSKY (Cile)

Il colorato e astruso racconto della vita di una famiglia di immigrati ebrei ucraini nella cittadina di Tocopilla nel nord del Cile, alla fine degli anni '20, intrecciato con la situazione sociale e politica, durante la grave crisi economica. Jaime, il padre, è un nostalgico stalinista che educa con durezza l'adolescente Alejandro.

Sara, la prosperosa madre, si esprime solo cantando come un contralto. Attorno a loro si muove una fauna umana grottesca in un contesto circense. Poi Jaime parte per Santiago per assassinare Carlos Ibañez, il Presidente dittatore militare, ma finisce per diventare lo stalliere del tiranno. Perde e ritrova la memoria e poi si unisce a una comunità religiosa, fino alla “redenzione” finale. L'ottantenne Jodorowsky, noto negli anni '70 e '80 per i suoi geniali e sgangherati film surrealisti, El topo, La montagna sacra e Santa sangre, realizza un’autobiografia immaginaria. Ripropone con coerenza le sue provocazioni estetiche e narrative, ma il folklore costumbrista appare molto datato e, nonostante l'intenzione poetica, risulta più malinconico che originale.

 

La Danza de la realidad

"La Danza de la Realidad", Alejandro Jodorowsky

El Verano de Los Pecez Voladores, MARCELA SAID (Cile)

El Verano de Los Volares

"El Verano de Los Pecez Volades", Marcela Said

 

Un complesso ritratto di individui della classe media-alta abituati al privilegio sociale. Pancho e i suoi familiari trascorrono “serenamente” le vacanze estive nella loro villa, in una suggestiva area collinare. L’uomo si dedica a sterminare le carpe che infestano un laghetto sito nella sua proprietà, utilizzando esplosivi e pericolose trappole con fili elettrici. La stramba crociata sembra divertire congiunti e amici, ma suscita le rimostranze degli indios Mapuche dei villaggi vicini. Solo la diciassettenne Mane, una delle figlie di Pancho, sembra rendersi conto dei rischi di conflitto. L’opera prima di finzione di Marcela Said configura un dramma, con controverse tinte da thriller, che ricorda molte situazioni e atmosfere di La cienaga (2001), dell’argentina Lucrecia Martel. Il limite deriva da un eccesso di temi e di personaggi non ben risolti e dall’inclinazione a un’analisi psicologica incerta.

Magic Magic, SEBASTIAN SILVA (Cile) 

Un thriller-horror pretenzioso, già presentato al Sundance Film Festival 2013. Alicia, diciassettenne statunitense giunge a Santiago per trascorrere le vacanze estive. Insieme alla cugina Sara e ai suoi amici si reca in una villa su un’isola solitaria nel sud del Cile. I compagni la dileggiano e lei inizia ad avvertire un'angoscia crescente: sensazioni sgradevoli, visioni tormentose, deformazione dei volti delle persone circostanti. Solo la domestica Mapuche sembra poterla aiutare. Silva costruisce un'atmosfera di imminente tragedia che ricorda un poco Blair witch project, ma purtroppo risulta (involontariamente?) comico. Non vi è vera suspence, gli effetti speciali sono mediocri e il climax consiste in una confusa concitazione e in un grottesco esorcismo.

 

Magic Magic

"Magic Magic", Sebastian Silva

 

 

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66. CANNES FILM FESTIVAL 2013

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15 - 26 / 05 / 2013

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A touch of Sin

La Jaulo De Oro

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