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pxrouge FESTIVAL REVIEWS I 9. FESTIVAL NUOVO CINEMA FRANCESE RENDEZ-VOUS I DI GIOVANNI OTTONE I 2019

I nuovi film francesi

al Festival Rendez Vous 2019 a Roma

 

 

 

DI GIOVANNI OTTONE

Festival Rendez Vous 2018

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L'Institut Français Italia, che raggruppa i servizi culturali dell’Ambasciata di Francia in Italia, in collaborazione con Unifrance Films, ha organizzato in aprile  la nona edizione del Festival Rendez Vous - Nuovo Cinema Francese, un’eccellente selezione di film di registi francesi, della stagione 2018 - 2019, con un programma itinerante di proiezioni aperte al pubblico a Roma, Bologna, Firenze, Torino, Milano, Napoli e Palermo. in sale cinematografiche del normale circuito commerciale e in auditoria di Musei e di Istituti culturali. Si tratta di una vetrina che  ha compreso 26 lungometraggi di finzione, che ha presentato un’ampia varietà di proposte e di generi e che si è  distinta per la presenza di molti autori giovani e di opere caratterizzate da forme narrative e soluzioni estetiche innovative.

Il programma più ampio, come numero di film e qualità degli omaggi, è quello che è stato presentato a Roma, dal 3 all’8 aprile, con proiezioni al Cinema Nuovo Sacher e all’Institut Français - Centre Saint Louis. Ha compreso 20 lungometraggi di finzione e ha visto la presenza dei registi dei film esibiti nella maggior parte delle séances. Nel suo ambito si segnalano anche  tre Focus dedicati a tre registi che si sono affermati, con notevole successo di critica e di pubblico, dopo il loro esordio negli anni ’80 e ’90.

Festival Rendez Vous 2018

Jacques Audiard

 

Il sessantaseienne Jacques Audiard ha realizzato finora otto lungometraggi. Figlio del regista e sceneggiatore Michel Audiard, dopo aver abbandonato gli studi universitari in Lettere entra nel mondo del cinema  dove acquisisce grande esperienza, prima, durante gli anni ’70, come editor di Roman Polanski e di Patrice Chéreau e poi, durante gli anni ’80, come abile sceneggiatore di oltre una decina di film, realizzati da diversi registi, quali Claude Miller, Jean-Jacques Andrien, Jérôme Boivin e Michel Blanc. Fin dal suo esordio alla regia con Regarde les hommes tomber (1994), Jacques Audiard si è dimostrato autore di un cinema vigoroso, elegiaco, viscerale, assolutamente non contemplativo e sostanzialmente naturalistico, nel senso migliore del termine.  Al centro della sua poetica vi sono antieroi, oppressi dal contesto delle loro esistenze e  rappresentati con particolare attenzione sia al loro aspetto fisico, genuinamente corporale, sia a quello psicologico e alla loro condizione materiale. Sono uomini e donne coinvolti  in circostanze sorprendenti ed “eccezionali” e protagonisti di un itinerario di cambiamento e di crescita, realizzato con costi umani sempre rilevanti.

   

Sono personaggi stereotipati, ma magnificamente illustrati in termini antropologici: balordi, socialmente marginali o segnati dalla violenza, spesso vittime di handicap fisici o di traumi psico - emotivi, che vagabondano disorientati e che, poco a poco, si rivelano ambiguamente romantici o epici,  perdenti, ma ostinati e mai rassegnati, finché un incontro inconsueto offre loro la possibilità di rimettersi in piedi e di prendere in mano la propria vita. Audiard  ripone massimo impegno nella scrittura, rielaborando continuamente tipi umani ben noti e caratterizzati, di varia estrazione etnica, che si possono incontrare nelle strade e nei metro di Parigi o nei centri della provincia o della Costa Azzurra. Tratteggia con grande cura i propri personaggi che sono il vero motore delle trame dei film e mostra pienamente i loro travagli fisici ed emotivi e quanto siano  dominati da impulsi e passioni. Nel suo cinema si intrecciano la brutalità dell’azione e la tenerezza dei sentimenti, la sofferenza rispetto a un contesto ostile o minaccioso, che stimola a integrarsi  e a mostrare capacità di resilienza e di sopravvivenza, e lo sviluppo inaspettato e tortuoso  di un legame affettivo e di amore che diventano salvifici. Audiard non si preoccupa degli aspetti politicamente corretti, evita largamente la deriva didascalica e punta chiaramente a coinvolgere lo spettatore, giungendo spesso a stimolare  reazioni forti, al limite del ricatto emotivo. Si è dimostrato capace di affrontare, esaltare, trasformare e intrecciare molti generi cinematografici, dal thriller, al polar, al dramma esistenziale e al melodramma, reinterpretandone i canoni classici senza sterili sperimentalismi. La  messa in scena dei suoi film, anche  nel caso di quelli meno convincenti, è affascinante per il lavoro sulle tempistiche e per il corposo ed essenziale virtuosismo dei movimenti della macchina da presa. È molto lontana dagli archetipi del cinema di Hollywood ed evita il narcisismo compiaciuto. Audiard ha tenuto un’interessante masterclass, dimostrando grande disponibilità nel chiarificare i nodi del suo cinema e i suoi metodi di lavoro, dalla sceneggiatura alla messa in scena, alla direzione degli attori. Oltre a The Sisters Brothers, il suo primo film parlato in lingua inglese, che ha ottenuto il Premio per la miglior regia alla 75. Mostra d’Arte Cinematografica la Biennale di Venezia del  settembre 2018, che commentiamo successivamente, sono stati presentati altri due dei suoi film. De battre mon coeur s'est arrêté (2005), remake di Fingers (Rapsodia per un killer)(1978), dell’americano James Toback, è un  noir psicologico, sporco, brutale e “romantico”, popolato da personaggi scettici e immorali, con destini ineluttabili, che si muovono nei luoghi delle notti parigine dove si incontrano glamour e malaffare, sesso, violenza e vendetta. Descrive, con  grande efficacia e qualche caduta prosaica, il febbrile percorso di Tom (Romain Duris), un ventottenne, intrappolato nel ruolo di esecutore degli ordini di suo padre Robert (Niels Arestrup), un palazzinaro senza scrupoli che lo utilizza per terrorizzare e sloggiare inquilini e occupanti dalle case su cui deve speculare, ma che, ossessionato dal passato, persegue il sogno impossibile di diventare un pianista professionista, seguendo le orme della madre scomparsa e riprendendo gli studi abbandonati durante l’adolescenza. Un prophète (2009), Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, è senza dubbio il miglior film di Jacques Audiard: un dramma carcerario che diventa un polar e che reinterpreta le regole del genere con  forza muscolare e cupa materialità, ma anche un ritratto antropologico variegato, crudo e tragico, venato di lirismo. Racconta il percorso di formazione criminale e di cambiamento di Malik (Tahar Rahim), un giovane teppistello francese di origine nordafricana che entra in prigione  a 19 anni per scontare una pena detentiva di sei anni e che si rende rapidamente conto delle dure regole del carcere e del rischio di essere una facile preda per chiunque voglia sottoporlo a soprusi e violenze. Essendo disorientato e fragile, ma intelligente e perspicace, individua rapidamente la gang dei detenuti corsi che domina la vita carceraria, anche grazie alla collaborazione di alcuni secondini corrotti, guidata da Luciani (Niels Arestrup), un anziano leader  assoluto ed autorevole, suadente e spietato. Dopo un cruento rito di iniziazione, avendo assolto il truce incarico commissionato dal padrino, Malik percorre le tappe di un progressivo miglioramento di condizione, essendo determinato a non soccombere. Costantemente in bilico tra rischio di insuccesso e conseguimento di piccoli vantaggi, affronta terribili prove  con la pervicace volontà di liberarsi dalla condizione servile e di salvarsi a modo suo. È un film duro e affascinante, con una trama mai scontata e una messa in scena magistrale, per il lavoro sulle tempistiche e la mobilità dei piani di ripresa e delle inquadrature, tra tensione dosatissima, accelerazioni brutali e ambizioni ascetiche, che consente allo spettatore un’immersione estrema, più che coinvolgente. Audiard descrive la sinistra realtà carceraria senza alcuna ostentazione, né volontà dimostrativa: fa emergere le atrocità criminali, gestisce benissimo le scene d’azione e di violenza, ma mostra anche le opportunità “educative” colte da Malik. Segue il suo “profeta” nelle varie fasi della sua ascesa, sposa il suo punto di vista e ne mostra i momenti di sofferenza e di dubbio e i tormenti della coscienza, evitando qualsiasi lettura psicoanalitica.

Catherine Corsini, sceneggiatrice e regista sessantaduenne, ha sempre posto al centro del suo cinema ritratti di donne forti e determinate, ma tormentate, complesse e appassionate, di cui racconta con intensità e perspicacia le relazioni familiari e sentimentali, esplorando con onestà e sincerità le varie declinazioni del desiderio e le sfaccettature delle inclinazioni psicologiche e dei comportamenti. Dopo aver realizzato alcuni cortometraggi all’inizio degli anni ’80, fin dal suo esordio, nel 1987, con Poker, propone in tutti i suoi film uno stile di regia classico, ma sempre preciso e narrativamente efficace. Tra i 10 lungometraggi che ha realizzato finora, dirigendo attrici molto note, tra cui Nathalie Richard, Emmanuelle Béart, Karin Viard, Jane Birkin, Kristin Scott Thomas e Cécile de France, ricordiamo: La répétition (2001), Les ambitieux (2006), Partir (2009), La belle saison (2015) e Un amour impossible (2018) che commentiamo  successivamente. Cédric Kahn, regista e attore cinquantaduenne, è autore di un cinema viscerale, con personaggi contraddittori e a volte spiazzanti e crudeli, che pagano in prima persona. Privilegia i drammi dell’anima, i noir e i polar e cerca sempre di superare i clichés, non disdegnando gli accenti naturalistici e gestendo con perizia la precipitazione drammatica di storie inconsuete e animate da sentimenti forti ed estremi. Dopo l’esordio con Bar des Rails (1991), ha realizzato altri 9 lungometraggi, tra cui: Trop de bonheur (1994), L’ennui (1998), adattamento del noto romanzo di Alberto Moravia, Roberto Succo (2001), Feux Rouges (2004), adattamento di un romanzo di Georges Simenon, Les regrets (2009), Une vie meilleure (2011), Vie sauvage (2014) e La prière (2018), che commentiamo successivamente. A partire dal 2010 Cédric Kahn ha intrapreso anche una notevole carriera come attore in film significativi, tra cui: Aliyah (2012) e Les anarchistes (2015), di Elie Wajeman e L’économie d’un couple (2016), di Joachim Lafosse. Infine un altro ospite illustre è stato Alexandre Desplat, protagonista di un’affollata masterclass all’apertura del Festival, a Palazzo Farnese. Il cinquantasettenne Desplat, figlio di madre greca e di padre francese e conoscitore sia della musica classica che di jazz, world music e bossa nova, è uno dei più importanti e prolifici compositori di musiche  per il cinema, autore di oltre 180 colonne sonore.  Da molti anni il suo metodo di lavoro prevede la composizione della musica a partire daklle immagini, evitando di consegnare al regista musica preconfezionata.  Ha dichiarato di essere statio ispirato da grandi maestri, quali Bernard Herrmann, ClaudeBalliff, Iannis Xenakis, John Williams e Nino Rota. Dopo l’esordio nel 1986, come autore della colonna sonora di Ki lo sa?, ha composto le musiche di grandi e noti film, tra cui Syriana, King’s Speech, Philomena, The Tree of Life, Carnage, Harry Potter and the Deathly Hallows, The Imitation Game, è stato candidato all’Oscar per ben otto volte (citiamo solo The Queen, The Curious Case of Benjamin Button e Isle of Dogs) e ha vinto l’Oscar, Academy Award for Best Original Score, per le musiche di The Grand Budapest Hotel (2014) e di The Shape of Water (2017).

Offriamo quindi brevi note critiche su alcuni film e ne analizziamo più ampiamente altri, più convincenti, tra quelli presentati a Roma. Les invisibles, terzo lungometraggio di Louis - Julien Petit, opening film del Festival, sarà distribuito nelle sale italiane da Teodora, a partire dal 18 maggio. Propone il ritratto  del difficile lavoro di un gruppo di assistenti sociali che gestiscono l’Envol, un centro di accoglienza diurno per donne senza fissa dimora che vivono e dormono in strada, segnate da varie problematiche  esistenziali, familiari e sociali. Petit costruisce una commedia drammatica viziata dal bozzettismo, ma con due meriti: evita i toni patetici e il pietismo di maniera nei confronti delle donne vittime delle circostanze e offre un genuino sguardo documentarista anche perché tutte le protagoniste sono vere donne senza fissa dimora che interpretano sé stesse. Assistiamo  alla dedizione delle  operatrici del centro, tra cui spiccano Manu (Corinne Masiero), Hélène (Noémi Lvovsky), Audrey (Audrey Lami) e Angélique (Déborah Lukumuena), e ai loro lodevoli e comici tentativi di rendere indipendenti le pittoresche ospiti e di avviarle ai centri  per l’impiego.

 

Festival Rendez Vous 2018

"Les invisibles", Louis - Julien Petit

Trailer

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Queste ultime, “le invisibili” adottano bizzarri pseudonimi, per sfidare la derisione e il disprezzo che accompagna gli emarginati (Brigitte Macron, Lady Di, Edith Piaf, Simone Weil, Dalida, Vanessa Paradis, Françoise Hardy, Salma Hayek, ecc.) e sembrano sempre spiritose e, a tratti esilaranti, nonostante abbiano alle spalle storie  complicate con esperienze tragiche: carcere, alcolismo, violenze subite da parte di compagni o familiari maschi, ecc. Finché, dopo che la tendopoli abusiva dove  quelle donne trascorrevano le notti è stata rimossa dalla polizia, le assistenti sociali, violando il regolamento, le sistemano full time all’Envol. E, insieme ad amici e sostenitori, iniziano un percorso collettivo di stimolo delle capacità di ognuna delle ospiti, recuperando le esperienze lavorative precedenti, per offrire loro la possibilità di intraprendere attività artigianali utili. Nonostante alcune esagerazioni comprensibili che configurano un gustoso fairy tale, Petit confeziona un film sincero, onesto e divertente, rivolto al grande pubblico, con un preciso significato sociale, ma senza eccessi didascalici, e dimostra grande maestria nella direzione di un cast che  mette insieme armoniosamente  attrici professionali e sorprendenti non attrici.

La prière, decimo film di Cédric Kahn, è un’opera interessante, ma non molto originale e convincente. Racconta la storia di Thomas (Anthony Bajon ) un tossicodipendente da eroina  ventiduenne che è ammesso in una comunità di recupero, isolata in prossimità di un villaggio alpino. La struttura è gestita da religiosi con poche regole rigide ispirate al noto distico monastico benedettino “ora et labora”, puntando, con fermezza, ma senza proterva costrizione, su un percorso di auto responsabilizzazione progressiva che prevede gradi e mete. Il protagonista intraprende un  difficile e controverso itinerario di riabilitazione e di redenzione, riscoprendo l’amicizia e l’amore di Sybille (Louise Grinberg), la giovane figlia di due contadini. È un racconto di formazione che, purtroppo, risulta prevedibile e drammaticamente debole nella rappresentazione del valore del rito e della vita comunitaria, e che propone pochissimi momenti davvero emozionanti, una pasticciata dialettica tra spiritualità e sessualità e  un epilogo davvero retorico e poco comprensibile.

I Feel Good,  di Benoît Delépine e Gustave Kerven, è una commedia anarcoide, piuttosto scontata e poco originale nelle gag umoristiche, con una vaga ambizione didascalica. È ambientata in una location vera,  la sede dei Compagnons d’Emmaüs di Lescar – Pau, uno dei centri fondati dal mitico Abbé Pierre per aiutare poveri, marginali e vinti dalla vita, autogestiti grazie al recupero di merci e materiali abbandonati o donati  e al lavoro di tutti in discipline diverse. Racconta lo strampalato tentativo di diventare ricco di Jacques (Jean Dujardin), un quarantenne nullafacente e privo di scrupoli, che ha trovato rifugio nella comunità diretta da sua sorella Monique (Yolande Moreau). L’uomo cerca di manipolare alcuni suoi nuovi compagni e li coinvolge in un grottesco viaggio in Bulgaria per frodarne i pochi risparmi, ma  il risultato sarà ben altro.

Un amour impossible,  decimo lungometraggio di Catherine Corsini, adatta l’omonimo romanzo di Christine Angot. Propone il lucido ritratto a tutto tondo di una donna che  resiste con dignità alle umiliazioni e alle manipolazioni dell’uomo di cui si è innamorata e alle sfide di  un’epoca in cui prevalevano ipocrisia e perbenismo, ma, purtroppo si conclude con un epilogo molto spiazzante e controverso.  Alla fine degli anni ’50,  a Châteauroux, una cittadina del centro della Francia, Rachel Steiner (Virginie Efira, molto convincente), una graziosa, briosa e diligente ventenne di umili origini, impiegata in un ufficio, incontra Philippe (Niels Schneider), un giovane brillante, rampollo di una ricca famiglia borghese. Rachel si innamora sinceramente di quell’uomo affascinante e apparentemente sicuro e volitivo che fa sfoggio della propria cultura. Ne nasce una relazione appassionata, ma, quando dopo pochi mesi Rachel rimane incinta, Philippe rifiuta di sposarla, spiegandole freddamente che la sua famiglia non ammette un matrimonio al di fuori della cerchia sociale di appartenenza, e interrompe la relazione. Nasce Chantal e Rachel è obbligata  a  curarsi di lei con il solo aiuto di sua madre e di sua sorella. Dopo alcuni anni Philippe si ripresenta e, sebbene nel frattempo si sia sposato, riallaccia i rapporti con Rachel che è sempre innamorata di lui. Peraltro la considera l’amante di riserva, da incontrare  un paio di volte nel corso dell’anno. Solo dopo  diversi anni, e cedendo alle molte insistenze di Rachel, l’uomo riconosce la figlia, consentendole quindi di portare il suo cognome e di non essere emarginata a livello sociale, ma si disinteressa della bambina.  Trascorrono ancora alcuni anni e Chantal (Estelle Lescure), ormai adolescente, accetta di frequentare il padre che, da quel momento, trascorre con lei i weekend. Poi all’improvviso, senza apparenti motivi, la giovane interrompe i rapporti con  Philippe e afferma di odiarlo. Rachel e  Chantal, ormai  trentenne (Jehnny Beth) si incontrano regolarmente:  la madre è da anni pacificata e vive con un nuovo compagno, mentre la figlia ha abbandonato il marito e appare destabilizzata e ossessionata.  Fino a un  confronto finale molto enfatico in cui emerge il lato oscuro di Philippe e il terribile segreto che ha  segnato il rapporto tra padre e figlia, sconvolgendo la vita di quest’ultima che peraltro  non esita a incolpare sua madre ormai annichilita e spezzata dal dolore. Catherine Corsini propone una notevole ricostruzione, ricca di dettagli, del contesto sociale e culturale francese,  nel corso  del tempo, dagli anni ’50 al nuovo millennio.  Tuttavia è indubbio che la sceneggiatura è carente. I nodi essenziali della vicenda, la complessità della relazione di coppia, i condizionamenti sociali, la caratterizzazione del personaggio maschile manipolatore e perverso, la relazione tra madre e figlia e il tema tabù dell’incesto sono affrontati con un  progressivo intellettualismo determinista.  Lo scivolamento verso il film a tesi prepara la deriva conclusiva in cui prevale il messaggio didascalico che addirittura viene caricato di significato grottesco quando si prospetta il fatto che la violenza esercitata da Philippe sulla figlia abbia origine dal disprezzo per  la condizione sociale inferiore della vittima. La messa in scena appare largamente efficace nella caratterizzazione delle tempistiche drammatiche e rivela una buona direzione degli attori, ma è viziata dalla preponderanza, spesso irritante, della voce off di Chantal che riassume puntualmente i passaggi fondamentali della vicenda e che in molte occasioni  ne depotenzia la carica emotiva.

Maya, sesto lungometraggio di Mia Hansen Løve, è un affascinante e convincente dramma esistenziale di formazione che si sviluppa come un road movie. Il protagonista della vicenda è Gabriel (Roman Kolilnka), un reporter di guerra introverso, ma determinato e abituato alle esperienze più pericolose ed estreme. Tuttavia si ritrova sull’orlo dell’abisso, vittima di un grave disturbo post - traumatico da stress, quando viene rilasciato dopo quattro mesi di prigionia forzata in Siria, con continue minacce di  esecuzione sommaria da parte dei terroristi milizia islamica che lo hanno sequestrato. Tornato a Parigi, dopo gli accertamenti e gli esami di routine, riabbraccia il padre, la fidanzata e gli amici, ma non riesce a ritrovare il senso della vita ed è tormentato dai sensi di colpa perché uno dei suoi colleghi non è stato rilasciato. Quindi, dopo un paio di settimane, si reca a Goa e si stabilisce nel piccolo cottage dove ha trascorso l’infanzia per ritrovare memorie e motivazioni e per incontrare sua madre (Johanna Ter Steege), la quale, dopo la separazione dal coniuge, vive ormai da molti anni in India e si è costruita una nuova famiglia. Gabriel viene accolto con affetto da Monty (Pathy Aiyar), il suo padrino, e conosce Maya (Aarshi Banerjee), la figlia diciassettenne di quest’ultimo. Questa giovane, graziosa, intelligente e acculturata, curiosa della vita e gentile, sconcertante nei suoi momenti di saggia maturità che si alternano ad altri di gioiosa semplicità e ingenuità, diventa in breve, per Gabriel, un’amica sincera e una confidente. Poco a poco tra i due si sviluppa un sentimento amoroso che porta Maya a concedersi sinceramente e Gabriel a godere di un affetto inaspettato e salvifico. Dopo che alcuni facinorosi razzisti hanno incendiato il cottage, Gabriel e Maya intraprendono un viaggio nel sud del Paese, in Kerala, e la loro relazione si sviluppa pienamente. Ma Gabriel non si sente di coinvolgere la giovane in un rapporto duraturo perché è ormai pronto a riprendere la sua rischiosa professione spinto da un ritrovato spirito di doverosa testimonianza. A partire da una scrittura  precisa e lontana dai clichés, Mia Hansen Løve descrive con credibilità i due protagonisti, esplorandone le anime fragili e i desideri segreti: la ritrovata capacità di ricominciare di Gabriel e i sentimenti genuini e la luminosa volontà di Maya di impegnarsi. Propone uno sguardo aperto e originale sull’India contemporanea, catturandone aspetti essenziali, e imprime un ritmo sottilmente emozionante e sensuale a questo viaggio fisico ed emotivo, senza indulgere mai nella deriva psicologista o didascalica. Maya è un’opera vibrante e vagamente romantica che conferma  i temi essenziali del cinema di Mia Hansen Løve: la costante sensibilità nel descrivere il dolore dei personaggi, ma anche la loro dedizione al lavoro e ai ritmi della vita e lo spirito di resilienza, l’importanza della parola per esprimere i turbamenti dell’anima e anche la significatività dei movimenti e degli sguardi. Girato il 35mm e impreziosito dalla limpida fotografia di Hélène Louvart, il film offre una messa in scena che valorizza continuamente la presenza dei personaggi sia nei primi piani sia all’interno di inquadrature più complesse, con movimenti fluidi della telecamera e magnifici piani di ripresa, solari e, a volte, onirici.

L’homme fidèle,  opera seconda di Louis Garrel, sarà distribuito nelle sale da Europictures, a partire dall’11 maggio. Si tratta di un dramma comico, leggero e irriverente, che sublima i paradossi per rielaborare l’eterna dialettica tra maschio e femmina. I protagonisti, Abel (Louis Garrel, efficace e convincente) e Marianne (Laetitia Casta), che convivevano, si lasciano senza alcuna scenata, quando, all’inizio del film, la donna rivela  repentinamente al compagno di essere incinta, ma che il  padre del nascituro è Paul, il migliore amico di Abel. Otto anni dopo  Abel si reca al funerale di Paul e incontra nuovamente Marianne. In breve i due iniziano una nuova relazione che  provoca l’opposizione di Joseph (Joseph Engel), il figlio di Marianne, e di Eve (Lily - Rose Depp), la sorella di Paul, ormai ventenne, innamorata di Abel fin da quando era ancora adolescente. Joseph è un bambino malizioso e, per scoraggiare Abel, gli racconta che sua madre avrebbe avvelenato Paul, suo padre, con la complicità del dottor Pivoine (Vladislav Galard), il medico di famiglia divenuto amante della donna. Inizia quindi un balletto di insinuazioni e di sentimenti controversi tra le due donne e l’uomo. Finché Marianne prima irride i sospetti di Abel, rivelandogli  che Pivoine è gay, poi lo invita apertamente a tradirla con Eve, per impedire che la giovane si strugga e si consumi nella gelosia e nella rabbia. E il compagno acconsente con “ indifferente” docilità. La qualità del film nasce dalla sceneggiatura, firmata  dal maestro ottantasettenne Jean - Claude Carrière e dallo stesso Garrel con la collaborazione di Florence Seyvos: mostra accenti  che ricordano i migliori melodrammi di Marivaux e le deliziosi incoerenze surreali dei film di Luis Buñuel, intelligenti spunti comici e qualche burlesca divagazione psicoanalitica e  venatura thriller, con l’aggiunta di gustose caricature dei comportamenti contraddittori dei millenial. Molti critici hanno messo l’accento su una similarità, ai limiti del plagio, con il cinema di François Truffaut, ma il paragone ci sembra forzato perché  i film del grande regista della Nouvelle Vague, deceduto prematuramente nel 1983, denotano ben altra complessità, spessore drammatico e complessità dei personaggi. Al contrario Louis Garrel dimostra di essere molto legato al cinema di suo padre, Philippe Garrel, noto per la sua vocazione sperimentale e per la propensione all’interiorità poetica e all’emozione, in cui la donna è una sorta di oggetto di contemplazione, icona venerata e immagine dominante e motore delle variazioni incessanti della vita affettiva. Louis ha recitato fin  infanzia in molti film di Philippe, ma come ha onestamente riconosciuto, non si sente poeta, ma bensì narratore. È testimone e illustratore, fine e ironico, leggero e consapevole, di una confusione di sentimenti che riecheggia solo esteticamente l’amoralità e  il doloroso confronto tra i sessi degli anni ’70, ma che riflette il relativismo contemporaneo privo di sensi di colpa. In effetti L’homme fidèle, vivace, divertente ed essenziale (dura solo 75’), non sfocia mai in una dimensione tragica, evita l’affettazione e  l’intellettualismo sentenzioso e produce momenti parodistici senza mai diventare vera pochade. E in fondo il suo protagonista, Abel, che si mostra passivo e disponibile a tutte le esperienze d’amore che le sue due donne gli richiedono, è uomo del nostro tempo, sa convivere con il femminismo e non è poi così fragile e ingenuo come potrebbe sembrare. Infatti nell’ultima inquadratura, ancora al cimitero, di fronte alla tomba di Paul, stretto tra Marianne e Eve, Abel non vuole impegnarsi in una battaglia per rendere limpidi e coerenti i sentimenti, né ha bisogno di giustificarsi o di ribellarsi, ma appare se non vincitore, comunque a  proprio agio perché il suo ruolo è imprescindibile. La messa in scena è costruita con un’abile combinazione di inquadrature e di movimenti di macchina molto dinamici e si avvale delle voci off dei tre protagonisti per variare e intercalare i  brillanti dialoghi che discettano, senza gravitas, sulla possibilità di sperimentare le relazioni amorose. E sullo sfondo vi è Parigi, filmata secondo modalità anomale, giocando con i clichés: luminosa, ma mai glamour, con appartamenti dignitosi, ma angusti.

Pupille, opera seconda di Jeanne Henry, sarà distribuito nelle sale da Lucky Red, a partire dal 20 giugno. È un dramma che affronta il tema delicato dei neonati non riconosciuti dalle madri biologiche,  proponendo l’esperienza  dei servizi sociali per l’infanzia e di una donna  matura che è spinta all’adozione da forti motivazioni e che da anni si prepara per ottenere un bambino. Si tratta di un’opera edificante e “didascalica” nel senso migliore dei termini, quello della testimonianza di un impegno dedicato e civile da parte di tutti gli attori del processo. Al tempo stesso è efficace e, a tratti, emozionante e davvero coinvolgente, perché propone un eccellente studio di caratteri ed evita il sentimentalismo grazie a uno sguardo empatico che, per altro, colloca sempre i personaggi alla giusta distanza. All’inizio della vicenda una giovane donna partorisce in un ospedale pubblico, ma rifiuta di vedere il neonato e di riconoscerlo, avvalendosi della legge francese che le consente di sottrarsi  al ruolo di madre biologica senza dare motivazioni. Mathilde (Clotilde Mollet), l’assistente sociale inviata in ospedale, la informa circa il suo diritto di rivedere la propria decisione di rifiuto del piccolo Theo entro due mesi. Dopo di che il neonato viene  posto sotto la tutela di un’équipe dei servizi sociali per l’infanzia e l’adozione coordinata da Karine (Sandrine Kiberlain), con la collaborazione di Lydie (Olivia Côte). In breve viene affidato alle cure di Jean (Gilles Lellouche), un quarantenne sposato che da tempo esercita, con perizia e pazienza, le funzioni di genitore affidatario scelto dai servizi sociali. Nel frattempo   nella storia compare la quarantunenne Alice (Élodie Bouchez), che non può avere figli e che da 10 anni si batte per adottare un bambino. Lavora come addetta all’audio descrizione ai cechi delle opere rappresentate in un teatro, ha superato il trauma del divorzio e, dopo un’attenta valutazione e una selezione, viene individuata come la candidata ideale. Pupille  è un film corale. Documenta i diversi punti di vista dei personaggi e la dialettica tra gli operatori durante le loro rispettive attività professionali e nel corso delle riunioni collettive dell’équipe, evidenziando anche le incertezze, i contrasti e le inclinazioni soggettive ed evitando il ritratto agiografico. Racconta con credibilità e nei dettagli prima la nascita  del bambino e poi l’intero iter, affatto semplice, della sua adozione, dal primo incontro tra Alice e Theo, al lento processo di adattamento della donna al suo nuovo ruolo, fino al passaggio dalla cure di Jean alla casa della nuova madre. A partire da una scrittura precisa, Jeanne Henry propone, attraverso una messa in scena meticolosa e molto controllata, un ritratto intenso e affatto retorico, scandito dalla giustezza dei toni e da una speciale qualità documentaristica, e dimostra una sapiente direzione di un ottimo cast con interpreti palesemente  molto coinvolti nei rispettivi ruoli.

The Sisters Brothers sarà distribuito nelle sale da Universal Pictures International il 2 maggio. Scritto e diretto dal francese Jacques Audiard, adatta  l’omonimo romanzo di Patrick deWitt. È un western “filosofico”, ovvero un’opera che reinventa il genere, o meglio lo usa come pretesto, rispettandone molti canoni e scivolando sui clichés, per confezionare un  puzzle psicologico  in cui le passioni umane si scontrano con problemi di identità e di posizione nel mondo, visto sotto un’angolazione che ha molti punti in contatto con la realtà moderna. Racconta  una storia itinerante che si sviluppa  dall’Oregon alla California, da San Francisco fino a Tucson, proponendo  tutte le locations classiche dei western: i saloon bordelli; la vibrante Frisco intorno al 1850, nuova Babilonia con le sue tentazioni, attrazioni e i lussi inconsueti per i pistoleros, i delinquenti e la marmaglia  dei cercatori attirati dalla febbre dell’oro; le praterie; i fiumi da setacciare; i pellerossa, ecc. Charlie (Joaquin Phoenix) e suo fratello maggiore Eli Sisters (John C. Reilly), non sono più ventenni.  Sono due hitmen, assassini a pagamento che hanno le mani sporche del sangue di criminali, ma anche di innocenti.  Non hanno scrupoli a uccidere e, nel corso degli anni, hanno acquistato  esperienza e una certa nomea. Vivono in simbiosi e si proteggono a vicenda, fidandosi l’uno del’altro, quantunque siano diversi. Charlie è alcolizzato, scostante, spericolato,  amorale e spietato e  accetta fatalisticamente la  propria condizione di “uomo nato per uccidere”, senza porsi problemi di futuro, mentre Eli, pur essendo anch’egli  micidiale  ed efficiente, è più riflessivo e timido, manifesta una sensibilità meno rozza e sogna una vita normale. Da anni sono al servizio del Commodore (Rutger Hauer, appena intravisto) un potente e temibile boss della frontiera che ora li incarica di catturare Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), un  chimico che conosce un secreto, di farlo parlare e di ucciderlo. I due fratelli cavalcano  verso ovest essendo in contatto con John Morris (Jake Gyllenhaal), un altro hitman con competenze di detective che li precede con il compito di  individuare, pedinare e trattenere Hermann in attesa del loro arrivo. In effetti il taciturno e acculturato Morris riesce a catturare la preda, ma si lascia convincere dal racconto  di quell’uomo bizzarro che ha scoperto una formula prodigiosa  per produrre un liquido che, versato nell’acqua dei ruscelli, fa comparire immediatamente l’oro depositato, consentendo  la facile raccolta  di un’enorme quantità di pepite. Herman non aspira  egoisticamente a diventare ricco, ma intende usare il denaro ricavato dall’oro per costruire un falansterio, ispirandosi a idee di socialismo utopistico, nella versione propugnata da un personaggio storico, il francese Charles Fourier, effettivamente approdato a Dallas nel 1832. Quindi i due si associano e fuggono. I fratelli Sisters li inseguono, ma nel frattempo sono cambiati, soprattutto Charlie, il quale, senza ammetterlo, ha fatto un passo indietro rispetto alla  propria indole. A quel punto l’incontro tra i quattro uomini apre una prospettiva inaspettata. La storia procede con lo svelamento di vari segreti, tra colpi di scena, ribaltamenti, sparatorie, inseguimenti ossessivi e un progressivo rovesciamento narrativo, fino a un epilogo inconsueto. Jacques Audiard, alla sua prima esperienza con  il western, peraltro girato in Spagna (alla maniera di Sergio Leone, anche se  l’autore francese è ben lontano dal senso epico di quest’ultimo), confeziona un film ben impaginato e divertente. The Sisters Brothers, primo film di Audiard parlato in inglese e con star americane che danno il meglio di sé, conferma in buona parte la coerenza della sua linea poetica: quella dell’autore, fin dall’esordio, di un cinema vigoroso, incentrato su antieroi, tratteggiati con particolare  attenzione sia agli aspetti psicologico che a quelli fisici e materiali, in cui è centrale un itinerario di cambiamento, realizzato con costi umani sempre rilevanti. Gran parte dei suoi film (Un héros très discret, Sur mes lèvres, De battre mon coeur s'est arrêté e soprattutto il notevole e lirico Un prophète) risultano essere convincenti.  Al contrario De rouilles et d’os (2012), è invece un feuilleton melodrammatico caratterizzato da una spiccata strumentalità delle situazioni rappresentate, con soluzioni ad effetto o moralistiche che puntano a suscitare facili emozioni nello spettatore, mentre Dheepan (2015), una parabola esistenziale dove si mescolano compulsivamente melodramma, ambiguo itinerario di redenzione e gangster movie, propone un’interessante dinamica antropologica e affettiva conclusa purtroppo da un epilogo dissonante. The Sisters Brothersè un buddy movie, narrativamente corposo e fluido. Un’opera che inizia come un classico revenge film e si converte in adventure tale, solido, apparentemente faceto e spiritoso, ma con un’accattivante vena sentimentale, e che conferma l’attenzione di Audiard verso il pubblico.  Privato degli aspetti più epici, coniuga i temi classici del western con  altri che vengono dal miglior cinema, americano e non, degli anni ’70 e ’80: le regole del potere nelle terre di frontiera, la fama di  hitman da difendere, l’avidità, la sopraffazione, la lotta spietata per la sopravvivenza, la misoginia, la giustizia privata, ma anche il fascino della natura e il gusto e il senso dell’avventura, la solidarietà virile, la riflessione su sé stessi e sui vincoli familiari, l’utopia e l’aspirazione a un porto sicuro dopo le tempeste della vita. Costituisce un’operazione  abbastanza ardita, ma che potrebbe essere ben più rilevante se il regista non si   lasciasse irretire troppo spesso dal suo stesso meccanismo, oscillando tra dramma e commedia, con troppi elementi prosaici e picareschi e segni di un’ottica moraleggiante che si accentuano in un epilogo più consolatorio che genuinamente crepuscolare La regia, priva di punti deboli, lavora come sempre, nei film di Audiard, sulle tempistiche, tra tensione ben dosata, venature liriche e accelerazioni brutali e si caratterizza attraverso un corposo virtuosismo che evita  in gran parte il narcisismo. È coadiuvata dall’ottima  fotografia di Benoît Deble, dal sempre notevole lavoro di costume designer di Milena Canonero, dal  montaggio molto ben risolto di Juliette Welfling e dalla seducente colonna sonora di Alexandre Desplat.

Les confins du monde, di Guillaume Nicloux, attivo da quasi un trentennio, è un melodramma ambientato nel contesto della guerra coloniale della Francia in  Indocina, alla fine della II Guerra Mondiale. È un film solo apparentemente classico, impregnato di senso della sconfitta e giocato sul confronto distorsivo tra percezione della realtà e coscienza, con momenti molto efficaci e aspetti stilistici pregevoli. Si tratta di un racconto in cui si mescolano crudeltà, dolore, amore e ricerca della vendetta. Nel marzo del 1945, mentre nelle giungle tropicali sulle colline del nord Vietnam si fronteggiano caoticamente i francesi, i guerriglieri indipendentisti, nazionalisti e comunisti vietnamiti e i giapponesi in ritirata, Robert Tassen (Gaspard Ulliel), un giovane soldato dell’Armée francese rischia la morte. Sopravvive miracolosamente a un massacro, che causa 7000 vittime, perpetrato dai giapponesi, nell’indifferenza dei guerriglieri vietnamiti, in cui sono stati trucidati suo fratello e la cognata incinta. Giunto stremato e gravemente ferito in un villaggio, viene nutrito e curato dai contadini locali. Quindi, dopo essere  riuscito ad evitare le pattuglie dei  nemici, riesce a raggiungere una città della costa e ottiene di essere re-incorporato nel contingente militare francese, avendo rifiutato il rimpatrio. In realtà la guerra per lui è diventata un fatto personale: vuole a tutti i costi ritrovare  Vo Binh, un ufficiale dei guerriglieri di Ho Chi Minh, che considera il vero responsabile della morte dei suoi congiunti, per vendicarsi.  Intraprende quindi una nuova fase della sua esperienza bellica in cui si trova a partecipare a una serie di missioni cruente in ambienti naturali impervi e ostili. È una guerra sporca  in cui si susseguono: continui tradimenti e defezioni di vietnamiti di entrambe le parti; raccapriccianti esecuzioni da parte dei guerriglieri con smembramento dei corpi dei soldati francesi vittime di imboscate, per lanciare un macabro monito; fosse comuni, torture e violenze da parte dei francesi contro la popolazione locale tra cui si nascondono i guerriglieri. Dopo un’iniziale incapacità a legare con i nuovi compagni, dovuta anche al suo carattere scontroso e all’indole di taciturno, Robert diventa amico di Cavagna (Guillaume Gouix) un generoso, ma polemico commilitone. Inoltre incontra Saintonge (Gérard Depardieu), un anziano scrittore, misterioso ed enigmatico, che gli espone la sua filosofia al tempo stesso scettica e cinica, ma anche vitalista. Nel frattempo, tutte le volte che, dopo le missioni, ritorna alla base militare in città, Robert si reca da Maï (Lang Khê Tran), una giovane prostituta vietnamita che non comprende i suoi sbalzi d’umore e la sua gelosia anacronistica. La loro relazione, pur intensa, assume aspetti distruttivi. Guillaume Nicloux propone una rilettura del cinema di genere bellico, interpretando in modo originale la  disfatta emotiva dei soldati francesi,  sconfitti moralmente in una guerra che appare loro inutile e assurda. Les confins du monde è stato girato interamente in Vietnam, in condizioni ambientale spesso molto difficili, a causa dell’asperità selvaggia di molte location, derivandone non solo una notevole autenticità e una caratura realista sorprendente, pur trattandosi di un period film, ma anche una giustapposizioni di atmosfere contrastanti e suggestive. Presenta una suggestiva progressione narrativa  circolare per cui le situazioni sembrano ripetersi senza un preciso punto d’arrivo.  La violenza degli scontri, di regola brevi e molto cruenti, con un nemico quasi invisibile,  si risolve spesso in una deriva onirica o allucinatoria. Configura percorsi esistenziali  distopici che fanno pensare sia al notissimo romanzo “Cuore di tenebra” (1899) di Joseph Conrad, sia, in qualche modo, al viaggio fluviale per incontrare il Colonnello Kurz in Apocalipse Now (1979), di Francis Ford Coppola, e alla perdita della coscienza di Don Lope de Aguirre in Aguirre, Wrath of God (1972), di Werner Herzog. L’epilogo aperto, ma verosimilmente tragico, con la magnifica sospensione narrativa e l’ellissi rispetto al destino di Robert, appare del tutto efficace e conseguente. Guillaume Nicloux dimostra un approccio molto preciso, sviluppa efficacemente la caratterizzazione dei personaggi e dirige con sicurezza i suoi attori. Il suo stile, crudo e realistico, mai compiaciuto o narcisistico, si sostanzia in movimenti di macchina avvolgenti, inquadrature fisse molto prolungate e accelerazioni gestite con la telecamera a mano durante le scene d’azione, accompagnati dalla magnifica fotografia ricca di tonalità, curata da David Ungaro rouge


 

 

 

9. FESTIVAL NUOVO CINEMA FRANCESE

3 - 8 / 04 / 2019

Rendez vous Nuovo Cinema Francese

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