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pxrouge FESTIVAL REVIEWS I 8. FESTIVAL NUOVO CINEMA FRANCESE RENDEZ-VOUS I DI GIOVANNI OTTONE I 2018

I nuovi film francesi

nel Festival Rendez Vous 2018 a Roma

 

 

 

DI GIOVANNI OTTONE

"L'amant double", Fronçois Ozon

Festival Rendez Vous 2018

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L'Institut Français Italia, che raggruppa i servizi culturali dell’Ambasciata di Francia in Italia, in collaborazione con Unifrance Films, ha organizzato in aprile l’ottava edizione del Festival Rendez Vous - Nuovo Cinema Francese, un’eccellente selezione di film di registi francesi, della stagione 2017 - 2018, con un programma itinerante di proiezioni aperte al pubblico a Roma, Bologna, Firenze Torino, Milano, Napoli, Palermo e Torino, in sale cinematografiche del normale circuito commerciale e in auditoria di Musei e Istituti culturali. Si tratta di una vetrina che comprende 32 tra lungometraggi di finzione e documentari  e che presenta un’ampia varietà di proposte e di generi e che si caratterizza per la presenza di molti autori giovani e di opere caratterizzate da forme narrative e soluzioni estetiche innovative.

Il programma più ampio, come numero di film e qualità degli omaggi, è quello che è stato presentato a Roma, dal 4 al 10 aprile, con proiezioni al Cinema Nuovo Sacher, all’Institut Français - Centre Saint Louis e alla Casa del Cinema. Ha compreso 21 tra lungometraggi di finzione e documentari e ha visto la presenza dei registi dei film esibiti nella maggior parte delle séances. Nel suo ambito si segnalano anche  tre Focus dedicati a tre registi che si sono affermati, con notevole successo di critica e di pubblico, dopo il loro esordio negli anni ’80 e ’90, e che hanno assicurato la loro presenza anche attraverso animati incontri con ognuno di loro. Arnaud Desplechin, autore di un cinema affabulatorio e raffinato, mai banale, centrato su dilemmi intellettuali, sentimenti ed emozioni, tra realtà e immaginazione. Dopo il suo esordio, nel 1991, con  La vie des morts ha realizzato finora  altri 9 lungometraggi. Bruno Dumont, autore, per anni, di un cinema iper realistico, austero, ma visivamente molto elaborato sulle tracce di Robert Bresson, dedicato al tema della dialettica tra il bene e il male, ma recentemente, dal 2014, incamminato su una rielaborazione originale dei generi e del cinema d’epoca che gioca sull’interazione tra straordinarietà folle del singolo personaggio e interazione con gli altri. Dopo il suo esordio, nel 1997, con La vie de Jésus, ha realizzato finora  altri 9 lungometraggi. Robert Guédiguian, autore di un cinema umanista, con forti motivazioni sociali e politiche, molto legato al territorio di Marsiglia e della costa mediterranea. Dopo il suo esordio, nel 1981, con Dernier été, ha diretto finora altri 19 lungometraggi. E ancora, la nota attrice e regista Valeria Bruni Tedeschi, italiana, ma naturalizzata francese, attiva dagli anni ’80,  avendo interpretato opere di Patrice Chéreau, Pupi Avati, Alain Tanner, Paolo Virzì, Philippe Garrel, Marco Bellocchio, Claire Denis e molti altri, è stata protagonista di un’affollata masterclass. Analizziamo criticamente quindi alcuni dei film presentati a Roma.

Festival Rendez Vous 2018

"L'amant double" François Ozon

 

L’amant double, di François Ozon è un dramma - thriller  erotico che disseziona l’ambivalenza della sessualità. Un film teso, cupo e sarcastico, sensuale e inquietante, ma anche divertente. Ozon adatta liberamente il romanzo "Lives of the Twins" (1987), di Joyce Carol Oates. Al centro  della complessa vicenda vi è una donna, come in  molti altri suoi film (Sous le sable, del 2000, 8 femmes, del 2002, Swimming pool, del 2003 e Jeune et jolie, del 2013) che privilegiano personaggi femminili  sfaccettati e determinati. Chloé (Marine Vacth)  è una venticinquenne fragile, depressa e frigida, che fin dall’adolescenza soffre a causa di ricorrenti forti dolori addominali. Avendo escluso patologie organiche, i medici le consigliano di tentare la psicoterapia comportamentale. Si affida quindi a Paul (Jérémie Renier, qui in un doppio ruolo), uno psichiatra trentenne affascinante ed enigmatico.

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Tra i due nasce un sottile gioco di reciprocità e Chloé si innamora del terapeuta che alla fine non nasconde  di corrisponderla. Dopo qualche mese vanno a vivere insieme. Tuttavia  ben presto la donna  sospetta che Paul le nasconda un lato oscuro e sorprendente della sua vita. Ne nasce un confronto ad alta tensione erotica che conduce a un intreccio ansiogeno tra realtà e sogni e a un vortice di provocazioni. Il fascino dei film di François Ozon risiede nella compresenza di contenuti forti come il desiderio, la morte, l’assassinio, il trauma psicologico e il lutto, ma anche di questioni più comuni della vita ordinaria come il cibo, la famiglia e i bambini. Il suo cinema ruota intorno ad alcuni temi privilegiati e ricorrenti: l’ambiguità, l’ambivalenza e le complicazioni della sessualità negli adulti e negli adolescenti; le relazioni o le non relazioni tra membri reali o immaginari della famiglia e quindi la sovversione delle norme familiari e sociali. L’amant double  racconta l’itinerario interiore  di Chloé che  affronta una escalation controversa nell’affermare i suoi desideri e nel liberare la sessualità di fronte a un amante che appare sdoppiato in due individui opposti. Ozon mostra un’autorialità che si rinnova brillantemente, confermando di essere “l’enfant terrible” del cinema francese contemporaneo. Porta alle estreme conseguenze alcuni suoi topoi: il fascino nei confronti dell'artificio e della teatralità; la relazione dominatore - dominato anche con un rovesciamento di ruoli; il feticismo, le figure fantasmatiche e l'immaginario sado - masochistico; la narrazione a ritroso; la sperimentazione formale con l’irruzione di  modificazioni di genere inaspettate, di destabilizzazioni visive e di digressioni emotive o sonore che funzionano anche come fattori di congiunzione. In ogni caso è noto che la  presenza di  elementi di genere, segnatamente horror, mediata o meno dal fantasy, dal musical e dal melodramma, marca la cesura della convenzione narrativa nei suoi film. L'amant double conferma quindi la sua poetica, ma la innova anche radicalmente, introducendo l'incubo del doppio che è in ognuno di noi. Inoltre risulta evidente l’intelligente manipolazione della storia, con spunti provocatori, iperbolici e, in qualche caso, geniali e la satira nei confronti della psicoanalisi, delle frustrazioni nella coppia nucleare e delle perversioni sessuali dei borghesi. Ozon stesso ha ammesso le referenze a Hitchcock, a De Palma e a Dead Ringers (Inseparabili) (1988) di Cronenberg. Possiamo aggiungere che nel film si notano le citazioni di Chabrol, di Buñuel, di Polanski, di Verhoven e di Fassbinder e molte  suggestioni letterarie riferibili  a opere del Marchese de Sade e di Georges Bataille. Ma il tutto è mediato da un ritmo narrativo progressivamente incalzante, con eccessi grotteschi e toni sarcastici, che destrutturano il genere. Da segnalare il felice sodalizio  tra Ozon e il direttore della fotografia Manu Dacosse che ha prodotto una costruzione visiva studiatissima ed emozionante con immagini cesellate e sezionate chirurgicamente.

Un beau soleil intérieur, della ormai settantenne Claire Denis,  è vagamente ispirato al saggio “Frammenti di un discorso amoroso” del noto semiologo francese Roland Barthes,  reinterpretato nella sceneggiatura curata dalla scrittrice Christine Angot. Si tratta di una commedia, verbosa e irrisolta, che descrive i crucci sentimentali e sessuali di Isabelle (Juliette Binoche), una pittrice parigina cinquantenne, raffinata e velleitaria borghese, divorziata, con un figlio. Una donna che insegue ossessivamente l’ingenuità romantica nell’amore e si ritrova costantemente delusa e confusa. Un personaggio ben poco credibile, interpretato con insospettata bravura dalla Binoche, attrice che da anni recita quasi costantemente con presunzione e con modi stereotipati.In effetti le sue peregrinazioni sentimentali, dal frustrante rapporto con Vincent (Xavier Beauvois), un banchiere  cinico e  arrogante che non si sogna affatto di lasciare sua moglie, ad altri buffi e improbabili amanti occasionali, si risolvono in una sfilata di siparietti comicamente asfittici e di interminabili dialoghi che vorrebbero essere leggeri, ma sono noiosi e inconsistenti.

 

Festival Rendez Vous 2018

"Un beau soleil intérieur" Claire Denis

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Isabelle in fondo è un’egocentrica che si isola da sola. È illusa dai suoi amanti e non riesce a gestirli, essendo incerta tra l’accettazione  di essere dominata, in nome di una passione che non sa come alimentare, e la continua tendenza a umiliare uomini che ritiene goffi, stupidi o estranei al suo ambiente sociale. Claire Denis realizza un film dedicato alla retorica amorosa, con vaghi echi del cinema di Alain Resnais e rivolto al grande pubblico, all’opposto rispetto al proprio cinema, essenziale, radicale, “fisico” e austero nelle parole. Una poetica cinematografica imperfetta, tra vizi di psicologismo e qualche tentazione moralistica, ma nutrita da una vera autorialità e spesso capace di ritrarre con una certa originalità l’animo e la psicologia femminili e i rapporti familiari e sentimentali sulla traccia di uno spirito laico, memore delle lezioni della Nouvelle Vague. È sufficiente ricordare alcuni tra i suoi film più convincenti: Beau Travail (1999), Vendredi soir (2002) e 35 rhums (2008). Purtroppo non bastano a salvare Un beau soleil intérieur da una connotazione di mediocrità e di pretenziosa banalità parodistica né il brillante dialogo conclusivo tra la Binoche e Gérard Depardieu, che interpreta un’esilarante e fasullo chiaroveggente, né la qualità delle inquadrature e della fotografia di Agnès Godard e l‘accattivante colonna sonora di Stuart A. Staples,  entrambi fedeli collaboratori della Denis.

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"Jeannette. L’enfance de Jeanne d’Arc" Bruno Dumont

 

Jeannette. L’enfance de Jeanne d’Arc, di Bruno Dumont, propone una rievocazione del tutto eterodossa dell’infanzia e dell’adolescenza di una bambina speciale, Jeannette, la futura Jean d’Arc, eroina della Francia medioevale. È un coming-of-age film molto sui generis, sia per la scelta del musical electro - pop - rock, con costumi sobri e poverissimi e un cast in cui dominano i non attori, sia per l’ambientazione sulle spiagge atlantiche, sabbiose e  naturali, e in un villaggio del nord della Francia, locations preferite anche  per i due ultimi precedenti film del regista.  Dumont prende in prestito i brani di due testi di Charles Péguy, “Jeanne d’Arc” (1897) e “Mystère de la charité de Jeanne d’Arc (1910)“, notoriamente emblematici del  cattolicesimo francese più puro, e affida la colonna sonora a un musicista electropop, Gautier Serre alias IGORR, creando  découpages e dissonanze spiazzanti.  Inoltre si avvale delle coreografie  di Philippe Decuflé che orchestrano danze sfrenate, sgraziate e posticce. A Domrémy, nel 1425, Jeannette, a otto anni, trascorre le giornate  insieme all’amichetta Hauviette, tra apparizioni surreali e visioni mistiche.

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Già sogna di espellere gli inglesi, che successivamente agli sviluppi della “Guerra dei cent’anni”, iniziata nel lontano 1337, occupano una buona parte del Regno di Francia. Suor Gervaise cerca di dissuaderla dai suoi propositi di totale impegno all’azione in difesa della Patria e della fede, ma in pochi anni la giovane diventerà la  mitica pulzella di Orléans. Bruno Dumont conferma la sua svolta, maturata nel 2014, a favore di una rielaborazione originale dei generi e del cinema d’epoca, superando la sua poetica originaria  impegnata  sul tema della dialettica tra il bene e il male e caratterizzata dalla coniugazione del crudo realismo delle immagini, sempre visivamente molto elaborate, con un approccio intellettuale ambizioso, ma spesso confuso, pretenzioso e moralista. Un cinema, che ha a lungo riecheggiato in qualche modo quello di Bresson, con uno sguardo “entomologico” sulla dimensione bestiale e/o statica dei suoi personaggi, inquadrature fisse che durano lunghi minuti e che mostrano personaggi catatonici, estenuanti interminabili piani fissi e immagini allusive e metaforiche. Come già in P’tit Quinquin (2014) e in Ma loute (2016),  anche in Jeannette. L’enfance de Jeanne d’Arc Dumont gioca invece sull’interazione tra straordinarietà folle del singolo personaggio e interazione con gli altri, conseguendo una configurazione di alterità collettiva che non si avvita mai in una spirale  prosaica. L’aspetto straordinario è che  si tratta di un racconto in forma di musical pressoché privo di scenografia, a misura di una bambina e poi di un’adolescente speciale e della  “ricostruita” cultura e religiosità popolare dell’epoca medioevale. Una  lunga apoteosi con ritmi frenetici e ossessivi, moderni e postmoderni, in cui si mescolano strettamente poesia e monologhi e dialoghi cantati in una lingua ricercata, ma con evidenti stonature e assonanze metal e rap, deliri mistici, costruzioni visive sublimi e miserie della povertà terrena, con bizzarre connotazioni profane e triviali. Jeannette. L’enfance de Jeanne d’Arc costituisce una provocazione creativa e dissacrante rispetto all’iconografia e alla Storia, un’opera che distorce spazio, tempo e immagine. Una scommessa rischiosa, riuscita solo in parte. In effetti l’excursus esistenziale della piccola pastorella è un unicum formalmente delizioso, ma a lungo andare è troppo insistito e iterativo e la declamazione delle tematiche della natura del bene e della lotta contro il nemico malvagio e del patriottismo, seppure molto sui generis, a tratti appare artificiosa.

L’atelier, di Laurent Cantet, già autore di Ressources humaines (1999) e L’emploi du temps (2001), drammi efficaci e credibili dedicati al tema del lavoro, e di Entre les murs (La classe) (2008), premiato con la Palme d’Or al Festival di Cannes,  propone il ritratto ben poco convincente di un gruppo di  giovani riuniti nell’ambito di un  workshop di scrittura creativa. La vicenda si svolge nell’estate del 2016 a La Ciotat, una località balneare della costa mediterranea, tra Marsiglia e Tolone, nel dipartimento Bouches - du - Rhône: una cittadina con un passato storico che risale al XV secolo e immortalata in uno dei primi film dei fratelli Lumière, già sede di importanti cantieri navali dismessi ormai da 25 anni.  Olivia (Marina Foïs), una scrittrice parigina quarantenne di successo, è incaricata di condurre un laboratorio di scrittura con l’obiettivo della  ideazione e  della redazione di un romanzo noir che si svolga nella loro cittadina e che venga infine pubblicato. Vi partecipano sette giovani all’inizio del percorso universitario, antropologicamente e socialmente diversi: figli di immigrati di  terza o quarta generazione e piccolo borghesi francesi autoctoni.

 

Festival Rendez Vous 2018

"L’atelier" Laurent Cantet

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Giorno dopo giorno il brainstorming e la discussione si intensificano con ipotesi e proposte diverse. A un certo punto l’argomento diventa quello del passato operaio di La Ciotat. Di fronte ad alcune manifestazioni di interesse emerge invece l’opposizione di Antoine (l’esordiente Matthieu Lucci), un tipo solitario, fisicamente attraente e con una spiccata personalità, talento e sicurezza di sé, ma sprezzante, teso, rabbioso. Il giovane si  scontra animatamente  con il resto del gruppo e aggredisce verbalmente e mette in crisi Olivia, ma ne è attratto, giungendo infine a sedurla  attraverso un percorso graduale di approssimazione, ambiguo e molto artificioso. La sceneggiatura curata dallo stesso regista e ai Robin Campillo è il vero punto debole del film,  perché  produce una narrazione raccogliticcia che interpone malamente le problematiche esistenziali, psicologiche e politiche dei protagonisti, i footage e le suggestioni  relativi al passato della cittadina e i contenuti del romanzo noir da scrivere. La messa in scena ripropone invece  lo stile efficace di Cantet, già visto  in Entre les murs: l’ampio uso dei dialoghi e l’uso  di più telecamere, che scandagliano gli spazi e i corpi per tutto il tempo necessario a dare l’impressione di registrare i comportamenti reali, simulando il cinéma vérité, con inquadrature  leggermente mobili e spiazzanti anche nel corso dei  primi piani. Peccato che L’atelier non riguardi una classe di adolescenti tra 15 e 17 anni, ma ponga al centro  le chiacchiere di giovani quasi ventenni, pretenziosi e narcisisti, a confronto con una donna matura e problematica in una gara di falsa emulazione. Prevalgono i piccoli trucchi, i mediocri confronti di pulsioni identitarie, le aspettative confuse e i giudizi superficiali o di parte su fenomeni scottanti come il terrorismo islamista o il radicalismo fascistoide. Ne risulta un  teatrino noioso, disomogeneo, aneddotico, troppo artificioso e studiato, con malcelata volontà di rappresentare in senso politicamente corretto la cosiddetta multiculturalità. Per non parlare del pretenzioso epilogo del film, in cui Cantet  realizza il definitivo confronto tra la matura e poco credibile Olivia e il “problematico” Antoine, fascista nello spirito e nelle pulsioni, ma incerto e codardo nelle azioni, tra volontà di fare del male a qualcuno o, in alternativa,  di sopprimersi con un atto esemplare. Una conclusione grossolana e molto ricattatoria nei confronti del pubblico, con penose immagini esemplari alla Susanne Bier, dettata dallo sguardo “intellettuale” di Cantet che vorrebbe comprendere (e giustificare) i rovelli sentimentali e ideologici dei giovani.

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"Jeune Femme" Lèonor Serraille

 

Jeune Femme, opera prima di Lèonor Serraille, propone il ritratto concitato, verboso e del tutto artificioso di una trentunenne. La donna si aggira nelle strade di Parigi, apparentemente incurante degli altri, ma pronta ad assediarli e a sfruttare a proprio vantaggio  la loro disponibilità. Nel corso del repentino incipit Paula (Laetitia Dosch, in un’interpretazione costantemente stereotipata e sopra le righe), di ritorno a Parigi dopo una lunga assenza, tenta di insediarsi in un appartamento dove aveva vissuto con il suo ex fidanzato, che ne è il proprietario. Tuttavia non si rassegna e torna più volte a perseguitarlo finché la polizia la obbliga a desistere. In breve si apprende che non sa dove alloggiare, ha perso il lavoro, non ha soldi ed è reduce dal funerale della madre. Con l’unica compagnia del suo gatto, che trasporta sottobraccio, percorre senza meta  i quartieri della città, sbraita,  ripete la sua sofferenza, dichiara di odiare Parigi e la Francia e importuna gli sconosciuti con siparietti eccentrici e penosi. La prima notte si paga una stanza in un alberghetto, poi trova sistemazioni di fortuna. 

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Chiede favori a personaggi improbabili, si offre come babysitter e si improvvisa commessa in un negozio di biancheria intima femminile, ma viene nuovamente cacciata a causa della sua non affidabilità. Un giorno sospetta di essere incinta e da  quel momento ne attende tranquillamente la conferma. Léonor Serraille costruisce un irritante e presuntuoso esercizio di stile. Sembra sposare pienamente la “nuova” moda di certi cenacoli intellettuali e della critica cinematografica francese che predicano il superamento del naturalismo attraverso una vigorosa  rottura stilistica, con esasperazione dei toni a livello di messa in scena e di interpretazione. La narrazione apparentemente leggera e vagamente schizofrenica, ma in realtà del tutto studiata, procede con toni nervosi ed eccitati, tallonando la protagonista, costantemente isterica e apparentemente vittimista, ma, alla prova dei fatti, egoista e parassitaria. Tra incontri fortuiti, piccole truffe e inganni, aggressioni verbali e fisiche, litigi furiosi e autocoscienza velleitaria, questo diario di giorni persi si avvita su sé stesso. E la frettolosa non conclusione, che  lascia intravedere una poco credibile nuova coscienza di sé da parte della protagonista, ormai rasserenata, non è tanto spiazzante, quanto rivelatrice della fragilità e della pretenziosità di tutto l’espediente narrativo. Quindi Jeune Femme appare  per di più del tutto disonesto nei confronti dello spettatore che viene provocato e manipolato, senza garantirgli alcun vero coinvolgimento. Per non parlare della qualità artigianale delle inquadrature, dell’uso compulsivo e inefficace della telecamera a mano e della fastidiosa colonna sonora che alterna brani post punk e musica elettronica. Solo la fantasiosa malafede di certi critici ha potuto sproloquiare  circa uno spirito alla Truffaut che animerebbe Léonor Serraille, mentre altri hanno inneggiato al personaggio della protagonista e alla multiforme attrice che lo interpreta quali icone del nuovo femminismo.

Makala, opera  prima  di Emmanuel Gras,  è  un film, a metà strada tra  realismo  poetico e documentario etnografico. È stato girato nei pressi di Walemba, nella regione del Katanga, nel sud della Repubblica Democratica del Congo. Il protagonista è Kabwita Kasongo, un  ventottenne che vive in un  villaggio con la moglie Lydie e due bambini, una di pochi mesi e l’altro di due anni. Sono molto poveri, al punto che hanno dovuto inviare la terza figlia, Divine, di sei anni, a vivere presso una zia  in una cittadina  vicina.  Kabwita  deve pagare un affitto per la casupola dove vive con la famiglia e possiede solo una vecchia bicicletta. Quindi la sua unica possibilità di sussistenza viene dall’attività di produzione artigianale del carbone di legna e dalla sua vendita. Emmanuel Gras divide la narrazione in tre atti e non nasconde mai la cinepresa, avendo ottenuto il pieno consenso del suo protagonista. Dapprima filma tutte le fasi della fabbricazione del carbone, dal taglio degli alberelli e dei cespugli, alla combustione dei ceppi in un piccolo forno di terra, fino alla raccolta finale del prodotto.

 

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"Makala" Emmanuel Gras

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Poi segue Kabwita  mentre compie un viaggio lungo ed estenuante, spingendo la bicicletta stracarica di sacchi di carbone, con uno sforzo enorme, e percorrendo strade dissestate e pericolose a causa del traffico di camion e di auto, fino a un mercato  in una città distante 50 chilometri.  Con il denaro ricavato dalla vendita compra vestiti e medicine.  L’uomo  dichiara di volersi guadagnare un futuro migliore e di darsi da fare per conseguirlo. La vita quotidiana di Lydie  è invece scandita dalla preparazione del cibo: il fufu, a base di farina di mais e di manioca, carne di ratto e,  raramente, qualche volatile. Attraverso una messa in scena essenziale, Gras pedina Kabwila con la macchina da presa costantemente ravvicinata, costruendo una varietà di inquadrature, di  piani di ripresa e di immagini fortemente evocative, con rapidi e interessanti flashbacks. Evita accuratamente la deriva estetizzante e la tentazione della denuncia retorica, riuscendo a ricreare momenti, movenze e situazioni abituali di una lotta quotidiana per la sopravvivenza e a cogliere pienamente l’espressività e  la tenacia del suo “eroico” protagonista.

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"Les fantômes d’Ismaël" Arnaud Desplechin

 

Les fantômes d’Ismaël, di Arnaud Desplechin, propone un ritratto esistenziale, multiplo e intrigante, ma irregolare e squilibrato. La vicenda si svolge prevalentemente in un  cottage isolato su una spiaggia della ventosa costa atlantica francese. Il protagonista è Ismaël Vuillard (Mathieu Amalric), un regista quarantenne in crisi esistenziale e professionale. La sua vita è stata irrimediabilmente marcata dall’improvvisa e inspiegabile scomparsa di sua moglie Carlotta (Marion Cotillard), avvenuta 21 anni prima. Al punto che, credendola morta, è stato  celebrato il suo funerale. Solo da pochi mesi, da quando ha iniziato una relazione con un’astrofisica, la comprensiva e sensibile Sylvia (Charlotte Gainsbourg), Ismaël sembra aver ritrovato una certa serenità e la capacità di fidarsi di una donna e di amarla.  La nuova compagna, priva di nevrosi, sa anche come incitarlo e sostenerlo in un momento delicato. In effetti Ismaël  sta scrivendo la sceneggiatura di un nuovo film che è la sua fissazione e ne immagina le scene. Questo espediente consente a Desplechin di intrecciare continuamente una storia principale con un’altra parallela, tra flashbacks e rimandi e uno stucchevole gioco di finali che si specchiano reciprocamente e si moltiplicano.

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Il film in cantiere racconta la storia del fratello dello stesso Ismaël,  Ivan Dédalus (Louis Garrel), un giovane diplomatico francese, e forse una spia che fa un doppio o triplo gioco, eccentrico e geniale, ma indolente e apparentemente passivo. Un uomo dalla vita avventurosa, con una permanenza anche in Tadjikistan accanto a Arielle (Alba Rohrwacher), la sua “entusiasta” compagna. Desplechin costruisce questo personaggio in modo da lasciare nello spettatore il dubbio costante se si tratti del vero fratello di Ismaël o di un carattere fittizio e finzionale. Inutile poi ricordare che Dédalus è  l’appellativo di un personaggio ricorrente in alcuni film di Desplechin. Poi un giorno, inaspettatamente, Carlotta ricompare, provocando un terribile shock emotivo in Ismaël, che pur sconvolto e fortemente risentito, non l’ha mai dimenticata, e mettendo in crisi la sua relazione con Sylvia. La rediviva offre una spiegazione implausibile rispetto alla sua decisione di andarsene e racconta  parzialmente il suo itinerario ventennale, comprendente nuove identità e viaggi in India, affermando di essere tornata perché è rimasta vedova dopo la morte dell’uomo che aveva sposato. Da questo coup de théâtre nasce un lacerante confronto a tre, ma  in breve la saggia Sylvia abbandona la scena. Incapace di accettare la situazione, lo stesso Ismaël finisce per respingere Carlotta e si reca nella casa di famiglia di Roubaix dove si trova a convivere con tutti i fantasmi, i rimpianti e gli incubi della sua vita. Ma, purtroppo, la storia non è finita e si aggroviglia ancora intercalando le varie trame, tra concitazione, “sorprese” e dolori, per spegnersi infine in un’ambigua quiete dopo la tempesta. Les fantômes d’Ismaël conferma i tratti caratteristici del cinema di Desplechin che utilizza ampiamente la parola, e quindi costruisce con cura i dialoghi, per sviluppare la narrazione. Ripropone una delle costanti e ossessive tematiche della sua filmografia: il ritratto di uomini fragili, e mentalmente provati, in cerca di redenzione.  E lascia palesare la filosofia del regista secondo cui la realtà non è mai intrinsecamente logica, mentre lo sarebbe forse la narrazione della stessa. Tuttavia  la sua affabulazione sulla vita, sull’amore, sull’arte e sul cinema diventa intricata perché si disperde in troppi rivoli narrativi, due, tre, forse quattro, separandoli e ricongiungendoli continuamente. E quindi il gioco di specchi tra realtà e rappresentazione, con tutte le ambiguità suggerite e messe in campo, si avvita su sé stesso in un  labirinto destabilizzante, tra sussulti vitali e cadute, momenti tragici e leggeri intermezzi comici, con un ritmo che, nell’ultima parte, diventa frenetico, e si converte suo malgrado in un divertissement narcisistico e accademico, ben poco emozionante. Desplechin combina e ibrida troppi generi: il melodramma, la falsa spy story, la pochade e molti altri. Sfoggia continue citazioni letterarie e cinematografiche, in primis Pirandello e il suo relativismo psicologico, espressione del contrasto tra la vita e la forma, e poi Hitchcock (Rebeccae Vertigo), e soprattutto autocitazioni di suoi film precedenti. Offre momenti di eleganza estetica, tra felice e giusta prossimità  rispetto ai personaggi  e artifici visivi più o meno geniali, ma purtroppo si perde anche tra suggestioni compiaciute e molte ridondanze. Mathieu Amalric, presenza costante e possibile alterego del regista nei film più significati di Desplechin (Comment je me suis disputé… ma vie sexuelle, del 1996, Rois et Reine, del 2004, Un conte de Noël, del 2008, Jimmy P., del 2013 e Trois souvenirs de ma jeunesse, del 2015), è come sempre molto efficace, ma sembra anche un poco a disagio. Charlotte Gainsbourg offre una magnifica modulazione interpretativa in termini fisici e di espressione di ogni sfumatura sentimentale, mentre Marion Cotillard appare statica, monocorde e inadeguata rouge


 

 

 

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8. FESTIVAL NUOVO CINEMA FRANCESE

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4 - 10 / 04 / 2018

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