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pxrouge FESTIVAL REVIEWS I 70. FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI LOCARNO I DI GIOVANNI OTTONE I 2017

Festival di Locarno 2017

70 ANNI DI IMPEGNO PER IL CINEMA D’AUTORE

All’insegna dell’eclettismo, tra autori fedeli e spazi di sperimentazione, il Festival svizzero ha celebrato Todd Haynes, Jean-Marie Straub, Mathieu Kassovitz e Adrien Brody. Pardo d’Oro a “Mrs. Fang”, di Wang Bing

DI GIOVANNI OTTONE

 

Locarno Film Festival

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Non glamour, ma molti ricordi e ricche suggestioni cinefile per il settantesimo compleanno del Festival di Locarno, che ha offerto nuovi spazi, con la ristrutturazione del cinema Rex e l’inaugurazione del   nuovissimo ed elegante PalaCinema. Nelle sezioni competitive ha presentato una vetrina eclettica, accuratamente dosata tra generi e Paesi, e un notevole spazio ai documentari, fotografando lucidità, fragilità e disillusioni di un’umanità alla ricerca di nuovi equilibri culturali, esistenziali e sentimentali. Un’edizione impreziosita dalla emozionante retrospettiva che ha fatto riscoprire Jacques Tourneur, francese trapiantato con grande successo a Hollywood negli anni ’30 e attivo fino al 1966, autore poliedrico, maestro di contaminazioni di generi e linguaggi dentro la struttura del cinema tradizionale e narratore delle influenze del subconscio e del fascino dei misteri nei suoi capolavori noir, tra cui il memorabile Il bacio della pantera. E anche un parterre di presenze iconiche per la tradizionale sfilata in Piazza Grande, sera dopo sera, di Premi alla carriera, con Nastassia Kinskj come ospite illustre: Pardi d’Onore a Todd Haynes, con il suo cinema esteticamente formidabile, tra complessità di relazioni e intuizioni psichedeliche, e al  commovente Jean-Marie Straub, maestro di rigore stilistico e poetico, e Premi di eccellenza ad Adrian Brody, attore di sottili inquietudini e disagi metropolitani e a Mathieu Kassovitz, attore e regista di storie rischiose tra cinema d’essai e mainstream.

In Piazza Grande. Pre-inaugurazione con Due soldati, di Marco Tullio Giordana che conclude la sua trilogia dedicata alla violenza criminale, cogliendo, con  uno sguardo acuto e “politico”, le sfumature degli stati d’animo nella storia intrecciata di due giovani napoletani, simboli diversi di un’Italia confusa e dalle prospettive incerte. Commedia logorroica,  intellettuale e borghese, Amori che non sanno stare al mondo, di Francesca Comencini, propone  il ritratto indulgente, acidamente spiritoso e malinconico di una relazione altalenante tra due docenti universitari romani, lei trentenne, nevrotica e ossessiva, e lui quarantenne, insicuro e infingardo, in continua contraddizione tra intenzioni e comportamenti, incertezze e incapacità a convivere. Atomic Blonde, dell’americano David Leitch, è una scatenata spy story, tratta dalla graphic novel “The Coldest City” di Kurt Johnstad e Sam Hart e ambientata a Berlino nei giorni della caduta del muro: celebra le gesta di Charlize Theron, nei panni di un’agente dell’MI6, sensualissima, atletica e spietata, inanellando scontri corpo a corpo violentissimi, inseguimenti e colpi di scena in una succulenta atmosfera vintage, con i feticci degli anni ’80, inquadrature spericolate e una ricchissima colonna sonora con  hits di David Bowie, Depeche Mode, Falco e i New Order. What Happened to Monday, del norvegese Tommy Wirkola,  ambientato in un  futuro distopico in cui sovrappopolazione e carestia hanno condotto a  delegare il controllo delle nascite a una lugubre organizzazione repressiva guidata da Glenn Close, è un divertente e ritmatissimo thriller, con ampie dosi action, che racconta, con echi orwelliani e citazioni di Blade Runner, di Fhrenheit 451 e del cinema di Verhoven, la resistenza disperata di  sette gemelle, interpretate, con geniali duplicazioni, da un’efficace e combattiva Noomi Rapace. Demain et tous les autres jours, di Noémie Lvovsky, è un’ambiziosa fiaba gotica e surreale che racconta fantasie e desideri di una bambina di nove anni costretta a confrontarsi con  le turbe mentali di sua madre, separata dal padre, tra simbolismi, echi pasoliniani e  stereotipi sulle difficoltà di crescere e comprendere gli adulti. Lola pater, di Nadir Moknèche, è un melodramma teatrale che fotografa pregiudizi e sentimenti controversi  nella storia di un giovane algerino, accordatore di pianoforti a Parigi, che, dopo la morte della madre, decide di ritrovare il padre, non sapendo che è divenuto donna, interpretata con impegno da Fanny Ardant. Drei Zinnen (Three Peaks), del tedesco Jan Zabeil, al cui centro vi è un bambino di otto anni, è un thriller psicologico che  giustappone desideri e pensieri contrapposti, isolando l’esclusività simbiotica del rapporto madre-figlio e l’ambigua percezione dell’amore e dell’attrazione. Manieristica e paradossale parodia del poliziesco, con un trionfo estetico e cromatico autocompiaciuto, Laissez bronzer les cadavres, di Helène Cattet e Bruno Forzani, ruba tutti i dettagli a Sergio Leone e Tony Scott, senza inventare nulla, con primi piani e inquadrature sgranate. Istantanea su un puglie senza talento, ma animato da passione e coraggio, Sparring di Samuel Jouy, con un Kassovitz maturo e consapevole, celebra la volontà dei perdenti, in cerca di eterno riscatto, rendendo omaggio alla tradizione americana e coniugando i tempi del cinema sportivo con l’introspezione e le conseguenze della sconfitta. Chien, del francese Samuel Benchetrit, è un dramma “scandaloso”, assurdo e nerissimo, che, tra humour minimalista e riferimenti a Gaspar Noé, racconta l’itinerario di un trentenne mediocre e senza ambizioni, interpretato da Vincent Macaigne, che in pochi giorni perde tutto, la moglie, la casa e il lavoro di commesso e, sempre più passivo, si  trova coinvolto con il sadico proprietari di un negozio di animali che lo accoglie e lo converte letteralmente nel suo cane. Da alcuni mesi film cult negli USA e ora vincitore del Premio del Pubblico UBS, The Big Sick, dell’americano Michael Showalter, è una commedia drammatica, con uno riuscito mix di humour intelligente, confronto tra culture e spunti patetici: racconta la storia vera di Kumail Nanjian, lo stesso protagonista, un trentenne di origini pakistane, promettente attore di stand-up comedy, che, coinvolto in una storia d’amore con una coetanea americana bianca, viene osteggiato dai propri genitori decisi a organizzargli un matrimonio combinato con una pakistana.

Locarno Film Festival

"Mrs Fang" , Wang Bing

 

Nel Concorso Internazionale, la giuria, presieduta da Olivier Assayas, ha assegnato il Pardo d’Oro al miglior film a Mrs. Fang, del noto documentarista indipendente Wang Bing, che sceglie una vicenda molto privata, ambientata in un’area degradata dove, per sussistere, si uccidono con le scariche elettriche i pesci di un lago inquinato: scruta senza veli, con imperfezioni e malinconia, ma evitando il voyeurismo, la quotidianità degli ultimi  giorni di vita di Fang Xiuying, una contadina di 68 anni del Fujian, costretta a letto e consumata dall’Alzheimer, nella sua piccola abitazione, circondata da un nugolo di figli, parenti e conoscenti, non indifferenti, ma sempre occupati in faccende varie e preoccupati  per cose pratiche e materiali.

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Il Premio Speciale della Giuria è andato a As boas manieras, dei brasiliani Juliana Rojas e Marco Dutra, una favola intima e nera, ambientata a São Paulo, che utilizza gli stilemi di un horror grottesco e  perturbante per imbastire con grande creatività, ironico sarcasmo, perfetta tensione crescente e qualche lungaggine, un affresco sui temi del corpo, della maternità e dell’amore protettivo più estremo, fondendo generi e credenze popolari e rendendo omaggio a Landis e a Polanski.

 

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"As boas manieras " Juliana Rojas e Marco Dutra

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"9 Doigts" , F. J. Ossang

 

Il Pardo per la miglior regia è stato attribuito al francese F. J. Ossang per 9 Doigts, un noir in uno smagliante bianco e nero, molto pretenzioso, retorico e denso di citazioni cinefile e letterarie, che racconta, avvitandosi in una deriva pseudo metafisica, la contorta e  inconcludente peregrinazione di una banda di ladri imprigionati nello huis clos di un mercantile che vaga nell’Oceano Pacifico, al largo del Sud America, tra passioni, paranoie, tradimenti, pulsioni nichiliste, stereotipi kitsch e sentenziose disquisizioni filosofiche.

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Isabelle Huppert ha ottenuto il Pardo alla miglior attrice per la sua prodigiosa interpretazione in Madame Hyde, del francese Serge Bozon, che, trasforma la storia del romanzo ottocentesco di Stevenson in una brillante commedia nera, surreale e grottesca, mescolata al melodramma e alla satira sociale, sovraccarica di sorprendenti spunti caricaturali e naïf, echi horror e della letteratura fantastica d’antan e, purtroppo, con un finale confuso e didascalico: M.me Géquil, professoressa di fisica in un liceo della banlieue multietnica parigina, derisa dai colleghi e dileggiata dagli allievi, viene colpita dalla scossa elettrica di un fulmine e acquista superpoteri, sperimentando pericolose mutazioni liberatorie rispetto alla sottomissione conformista a cui è  costretta in famiglia e a scuola.


 

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"Madame Hyde " , Serge Bozon

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"Winter Brothers" , Hlynur Palmason

 

Il danese Elliott Crosset Hove ha ricevuto il Pardo al miglior attore per il suo ruolo in Vinterbrodre (Winter Brothers), opera prima dell’islandese Hlynur Palmason, un dramma esistenziale, duro, cupo e paranoico, che  descrive, con ampio uso della telecamera a mano, le vicende di due fratelli minatori che lavorano in un impianto arcaico durante un rigido inverno e che fabbricano clandestinamente alcool adulterato, tra  scontri e gelosie, in un escalation tragica violenta e disturbante.


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Molto ben scritto e convincente Wajib (Duty), della palestinese Annemarie Jacir, un road movie urbano, tra commedia e dramma, ambientato a Nazareth, città  a maggioranza  palestinese in Israele, che mette a confronto per una giornata un anziano e stimato ex insegnante, cristiano e divorziato, e il figlio architetto trentenne, da anni emigrato in Italia, tornato per il rito obbligato di visitare parenti e amici per consegnare a mano l’invito al matrimonio della sorella: un puzzle di storie e dimensioni esistenziali e sociali e poi identità, concezioni di vita, retaggi culturali e opinioni politiche in contrapposizione, in una dialettica piena di verità. One man show per  lo straordinario  novantenne Harry Dean Stanton, che interpreta  molto di sé stesso in un personaggio che è un irriducibile misantropo, ateo e fieramente indipendente, ma benvoluto da tutti in una piccola comunità texana, in Lucky, opera prima di John Carroll Lynch: una commedia minimalista e “poetica”, con divertenti spunti surreali, che descrive, senza rimpianti né retorica, la quotidianità, il metodico ripetersi di gesti e situazioni e l’esplorazione del proprio passato alle soglie della fase finale dell’esistenza, fotografando, con simpatica condiscendenza, un’umanità dimessa, ma vitale, nella profonda periferia degli USA.

 

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"Duty" , Annemarie Jacir

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Incongruo per in concorso, ma stimolante, La telenovela errante, un film perduto, girato e non concluso dallo scomparso Raúl Ruiz nel 1990, quando in Cile è appena stata ripristinata la democrazia, è ora ripreso e completato dalla sua vedova, la regista Valeria Sarmiento: un gustoso apparente divertissement colto, diviso in 7 capitoli, che, attraverso un sottile gioco umoristico di contrapposizione di quattro troupe di attori di telenovelas che ogni sera recitano le rispettive storie, commentandole e trasmigrando da una all’altra, nasconde un caleidoscopio di   sottolineature e di commenti sarcastici sul modo di vivere e sulla nuova classe politica cileni, senza rinunciare al  consueto surrealismo, con echi di Borges e di Buñuel. En el séptimo dia, dell’americano Jim McKay  denota i canoni tipici del cinema indie della East Coast, proponendo il ritratto empatico, veritiero, ma privo di orpelli ideologici, di un gruppo di immigrati messicani, provenienti da Puebla, che a Brooklyn svolgono lavori precari nei ristoranti, nell’edilizia e nel commercio, con turni pesantissimi, mentre la domenica impegnati in una squadra di calcio partecipano a un torneo amatoriale di calcio  a Sunset Park: nella settimana decisiva prima della finale José, il capitano del team, apprende che proprio quella domenica il padrone del ristorante lo precetta per lavorare, pena il licenziamento in caso di assenza. Thriller pessimista sull’arte mediatica della manipolazione costruito sull’omicidio di un’attrice a Los Angeles, Gemini, dell’americano Aaron Katz, è una nuova rappresentazione, tra crimini e capricci,  dell’inganno della visione, ricalcando Hitchcock e De Palma con un convincente esercizio sul tema del doppio. Ritratto di donna spezzata, in fuga dalla famiglia, alla ricerca di nuove suggestioni e ragioni di vita in Freiheit (Freedom), del  tedesco Jan Speckenbach, un diario intimo e quotidiano che focalizza impercettibili dissociazioni tra cambi d’identità e trasformazioni psicologiche. Quin Ting zhi yan (Dragonfly Eyes), opera prima del videoartista cinese Xu Bing, è un film inclassificabile perché attraverso la giustapposizione di footage autentici di videocamere di sorveglianza, zeppi di sequenze di disastri e violenze, seleziona e manipola i fotogrammi per confezionare un’artificiosa storia d’amore, con complicazioni di alienazione metropolitana e di thriller psicologico, tra una ex monaca buddhista e un giovane finito in carcere per compiacerla: concettuale, narcisista e conformista, in un’overdose pseudo sperimentale di immagini. Gli asteroidi, opera prima di finzione di Germano Maccioni, ambientata in un paese della Bassa Padana e viziata da pretenziosità, stereotipi e bozzettismo, mescola drammi  familiari, racconto di formazione e crime story per raccontare la storiaccia desolante, con esiti tragici, di tre diciannovenni che compiono furti di oggetti sacri nelle chiese essendo ingaggiati dal truce Pippo Delbono. Charleston, opera prima del romeno Andrei Cretulescu, propone un debolissimo dramma di stampo teatrale che evolve in un astruso, grottesco, artificioso e noioso buddy movie, condito da uno humour surreale, suggestioni da sit-com  e motivi alla Tarantino: il vedovo quarantenne di una donna morta all’improvviso, essendo stata investita da un’auto, riceve la visita  del giovane amante segreto della donna, un sempliciotto roso dal rimorso e dalla nostalgia. Goliath, opera seconda dello svizzero Dominik Locher, è un dramma esistenziale del tutto prevedibile che racconta, con  toni grossolani,  sensazionalisti e didascalici, la storia di una coppia di ventenni che deraglia,  sposando luoghi comuni contro l’aborto e sull’eterno perdono da parte della donna che, incinta, subisce violenze psicologiche e fisiche da parte del compagno insicuro, ex mite impiegato, stravolto dalla dipendenza dagli steroidi anabolizzanti che assume per rafforzare la muscolatura da macho.E ancora tre documentari. Did You Wonder Who Fired the Gun?, dell’americano Travis Wikerson, propone l’inchiesta sull’omicidio  di un negro da parte del bisnonno razzista dello stesso regista, avvenuto nel 1946, ma, nonostante l’enfasi sensazionalista, non c’è molto da chiarire sull’episodio e quindi converge in una dettagliata, ma disordinata, storia della violenza diffusa contro i black  nel sud degli USA nel corso degli ultimi 70 anni. Riti, diete, manie ed ossessioni di un gruppo di culturisti in Ta peau si lisse, del canadese Denis Côté,  opera curiosa sulla perfezione estetica dei corpi costruiti, girato con pochi dialoghi, puntando sul desiderio della vittoria e sulla solidarietà virile. Good Luck, dell’americano Ben Russell, diviso in due parti distinte, ma speculari nelle immagini e nelle cose dette e complementari, propone il ritratto, esteticamente molto curato, con lunghe sequenze in tempo reale, ma piatto, minuzioso e ripetitivo, di due comunità di minatori agli antipodi: quelli del giacimento sotterraneo di rame di Bor, di proprietà statale, in Serbia, e i gruppi indipendenti di cercatori d’oro negri, discendenti di schiavi fuggiti, in un sito a cielo aperto, tra le foreste del Suriname rouge

 

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70. FESTIVAL INT. DEL FILM DI LOCARNO

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02 - 12 / 08 / 2017

Locarno film festival

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