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pxrouge FESTIVAL REVIEWS I 35. ISTANBUL FILM FESTIVAL - IKSV I DI LUCIANA VELHOI 2016

Grande cinema al 35° Istanbul Film Festival

A Monster with a Thousands Heads vince il Golden Tulip Award nella International Competition Mediterranea ottiene il Film Award of the Council of Europe

 

DI LUCIANA VELHO

"The Childhood of a Leader ", Brady Corbet

IKSV

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Il 35° Istanbul International Film Festival, uno dei principali Festival cinematografici  della primavera ha  presentato quest’anno circa 220 lungometraggi e decine di cortometraggi, provenienti da una cinquantina di Paesi di tutti i continenti. La qualificazione internazionale viene anche da altri dati rilevanti: diversi film d’autore già presentati e/o premiati in altri importanti Festivals del 2015, tra cui Cannes, Toronto, San Sebastian e Venezia e del 2016, tra cui Sundance e Berlino, decine di premières internazionali e un’ottima vetrina competitiva di features film e documentari turchi, da anni apprezzata dai critici e dai rappresentanti dell’industria stranieri. Avendo seguito i film non turchi della Competizione Internazionale e delle molte altre sezioni in cui si articola il Festival effettuiamo la recensione dei film vincitori dei Premi principali e di alcuni tra quelli, presentati nelle altre sezioni, che, a nostro giudizio, risultano di maggior interesse in positivo e, in alcuni casi, in negativo.

Il Golden Tulip Award,  premio al miglior film della sezione International Competition, attribuito dalla Giuria Internazionale, presieduta dalla produttrice polacca Ewa Puszczy?ska, è  andato a "Un monstruo de mil cabezas (A Monster with a Thousand Heads)", quarto lungometraggio di Rodrigo Plá, regista uruguyano quarantenne radicato in Messico.  Il film, di cui è protagonista una famiglia piccolo borghese che vive nella capitale Ciudad de México, è un  melodramma che si converte in un hostage thriller con forti accenti di denuncia. Memo (Daniel Cubillo) è un cinquantenne molto sofferente essendo affetto da un cancro in stadio avanzato. Sua moglie Sonia Bonet (Jana Raluy, sempre sopra le righe) è disperata,  sentendosi impotente. Un giorno un medico chiamato d’urgenza al  loro domicilio, dopo aver esaminato la cura che il paziente sta seguendo, dichiara che la stessa è inadeguata. In effetti comunica che uno studio sperimentale di un medico di Houston sembrerebbe indicare una possibile  terapia più efficace che prevede l’utilizzo di  un nuovo farmaco. Sonia si reca negli uffici dell’assicurazione privata Alta Salud presso cui il marito ha stipulato la polizza che fino ad allora ha coperto gli esami e le cure effettuate. Tuttavia dapprima il filtro burocratico  degli impiegati le impedisce di conferire con il medico che dovrebbe  approvare la nuova cura e poi riesce a scoprire che lo staff medico ha adottato una politica di rifiuto sistematico di  autorizzazione di farmaci efficaci perché considerati troppo costosi. Si tratta di un cinico comportamento obbedienza alle direttive e di convenienza, ovvero utile a ottenere bonus e incentivi salariali elargiti dalla compagnia ai più “parsimoniosi”. La donna, esasperata e sconvolta, decide repentinamente di mettere in atto un piano estremo e pericoloso. Costringe il figlio diciassettenne Darío (Sebastián Aguirre Boeda) ad accompagnarla e  irrompe armata di una pistola nell’abitazione del Dr. Villalba (Hugo Albores) sequestrandolo per obbligarlo a firmare l’autorizzazione alla nuova terapia per suo marito e a depositarla poi nella sede di Alta Salud. Peraltro la questione è complicata perché sarebbero necessarie anche le firme del direttore e di una socia della compagnia assicurativa. Quindi anche questi ultimi vengono presi in ostaggio da Sonia,  sempre più allucinata, che li accusa di essere corresponsabili dell’aggravamento delle condizioni di suo marito. A questo punto si innesca una  vertiginosa escalation  e nel corso di una notte di ordinaria follia si determina una catena di eventi irreparabili fino allo show down finale, ambiguo e aperto, in una città in cui la  gente sembra preoccuparsi molto più della finale del campionato di calcio tra Pumas di Ciudad de México e Chivas di Guadalajara che delle reali condizioni in cui versa la vita quotidiana. Rodrigo Plá ha sempre mostrato una particolare inclinazione  nel rappresentare i temi della divisione di classe, dell’ingiustizia sociale e della corruzione del potere. In effetti il suo film di esordio "La zona" (2007) è un thriller con una forte caratterizzazione sociale che narra una storia terribile  e tragica di incomunicabilità tra classi sociali, benestanti e povere, da cui emergono l’isteria dei ricchi e l’impotenza dei poveri, la corruzione della polizia e l’impossibilità di superare il divario sociale e culturale tra gli individui. Un’opera che costruisce bene la suspence, ma evita i clichés tipici degli action movies, combina ironia e disperazione, humour corrosivo e lucidi sguardi, privi di moralismo. Al contrario "Un monstruo de mil cabezas (A Monster with a Thousand Heads)" è un’opera prevalentemente notturna, tetra, concitata, didascalica e ricattatoria. La narrazione molto strutturata, ma costellata da incongruenze e  condizionata dalla sceneggiatura  di Laura Sandullo, compagna e abituale collaboratrice di Plá, che ha adattato il suo omonimo romanzo,  procede in un crescendo di semplificazioni e toni retorici.

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"A Monster with a Thousand Heads", Rodrigo Plá

 

La palese volontà di denuncia della mostruosità burocratica e affaristica delle assicurazioni, e implicitamente della sanità privata e delle multinazionali dei farmaci, che pure è spesso innegabile e alla cui mercé si troverebbero i pazienti, nonché dell’ipocrisia dominante in un Paese corrotto,  si risolve in un approccio grossolano, marcato dalla confusione sui dati medici e scientifici e dal manicheismo populista che impedisce le distinzioni morali. Peraltro le potenzialità emotive della storia vengono frustrate perché prevalgono sia un ritmo ansiogeno e una rappresentazione fuorviante dei personaggi e dell’azione che, passo dopo passo, relativizzano il dato di partenza a favore del narcisismo di maniera, sia  una spiccata strumentalità delle situazioni raccontate che punta a suscitare facili “emozioni forti” nello spettatore, facendo pensare al deleterio cinema della danese Susanne Bier. Anche la scelta di intervallare le fasi “oggettive” dell’ambigua catarsi giustizialista di Sonia con l’interposizione dei punti di vista dei vari protagonisti, che intervengono con voce fuori campo come testimoni del processo contro la Bonet,  si rivela essere un dispositivo artificioso e inefficace,  per di più utilizzato  con modalità incerte e discontinue.

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Lo Special Jury Prize è stato assegnato a "The Childhood of a Leader", opera prima, diretta dall’attore americano ventisettenne Brady Corbet. Si tratta di un adattamento molto libero e discutibile del racconto “L’infanzia di un capo” di Jean-Paul Sartre,  contenuto nella raccolta intitolata “Il muro” (1939). È un  coming-of-age film d’epoca a sfondo politico, estremamente pretenzioso, ambiguo ed enfatico, pieno di clichés, di caratterizzazioni psicologiche grossolane e di forzature  melodrammatiche piuttosto sterili. La vicenda si svolge Francia nel 1919, alla fine della Prima Guerra Mondiale. La famiglia di un diplomatico americano si stabilisce in un antico castello nella campagna non lontano da Parigi. L’uomo (Liam Cunningham), consulente del Presidente degli USA Woodrow Wilson, è fortemente impegnato nei colloqui per la firma del Trattato di Pace Di Versailles, che come si sa aprirà la strada al revanchismo tedesco e quindi al nazismo. Sua moglie (Berénice Bejo, come sempre imbronciata e seriosa) si dedica all’educazione del figlio, ma è frequentemente sofferente per la cefalea.  Prescott (Tom Sweet), il pargolo della coppia, è un ragazzino di 10 anni. Porta i capelli lunghi alla paggetto, è molto capriccioso e prepotente, approfitta cinicamente della debolezza della madre e dell’assenza del padre, strapazza tutti i precettori che si susseguono e, soprattutto, mostra un carattere  insensibile e crudele, una vera ostinazione al comando e un individualismo sfrenato e sottilmente perverso. Non rispetta nemmeno l’occasione di una grande cena ufficiale offerta da suo padre al corpo diplomatico internazionale: la sua sguaiata irruzione metterà il genitore in forte imbarazzo.

Nel corso del breve e roboante epilogo, ambientato negli anni ’30, ormai cresciuto (ora impersonato da Robert Pattison) è diventato un dittatore freddo e spietato. Brady Corbet ha confezionato un film accademico, spocchiosamente cerebrale e molto noioso, nonostante l’artificiosa ricorrente spinta verso  il paradosso comportamentale plateale e urlato. L’uso degli spazi, vincolato a  stilemi teatrali, è banale nella ricerca angosciosa e angosciante di una claustrofobia che fatica a emergere con forza e la macchina da presa insiste nei piani frontali e nei close up senza alcuna originalità. La  pessima direzione degli attori  li fa risultare tutti compressi in una recitazione di maniera. La colonna sonora goticheggiante, curata da Scott Walker, più che fastidiosa, è massimamente invadente e raggiunge vertici assordanti nelle ultime tronfie sequenze del film,  marcando prosaicamente con la massima sottolineatura, insieme al vorticoso movimento della macchina da presa a mano, la compiuta maturazione fascista del piccolo ragazzino viziato e  verosimilmente psicotico.

 

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"The Childhood of a Leader " Brady Corbet

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La sezione competitiva “Human Rights in Cinema Competition”, presentata al Festival annualmente dal 2007 in collaborazione con il Consiglio d’Europa e con Eurimages, ha compreso 10 lungometraggi le cui storie sono correlate al tema dei diritti umani. La Giuria della sezione presieduta dal noto attore turco Ercan Kesal ha assegnato il Premio FACE, Film Award of the Council of Europe, riconoscendo quale miglior film "Mediterranea", opera prima di Jonsa Carpignano, di nazionalità americana e italiana per via del padre italiano e della madre afro-americana.  È un  dramma che affronta il problema della condizione degli immigrati senza permesso di soggiorno che si sono stabiliti nell'Italia meridionale. La vicenda racconta le peripezie di un paio di amici e le loro relazioni con la popolazione calabrese.

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"Mediterranea", Jonsa Carpignano

 

Il ventenne Ayiva (Koudous Seihon) ha lasciato la sorella e  la figlia in Burkina Faso. Dopo un viaggio pieno di insidie attraverso il deserto del Sahara,  l’Algeria e la Libia, compiuto insieme all'amico Abas (Alassane Sy), si imbarca con altri clandestini su un gommone. Salvato dalla guardia costiera italiana mentre si trova alla deriva nel Mediterraneo, giunge a Rosarno in Calabria dove trova un parente. Lavora alla raccolta delle arance e incontra alcune persone amichevoli. Ma poi la emerge uno stato di tensione con i giovani locali. Un giorno due africani vengono uccisi e i due amici  partecipano attivamente alla successiva rivolta durante la quale gli immigrati compiono anche di vandalismo. Carpignano mostra un discreto approccio documentaristico nel corso della prima parte del film  quando racconta con immediatezza e discreta sobrietà il viaggio nel nord dell’Africa. Tuttavia nel prosieguo, che si svolge  nella cittadina di Rosarno, si rifugia negli stereotipi e non riesce a gestire né narrativamente né visivamente la precipitazione drammatica. È un peccato perché i suoi due protagonisti, attori non professionisti, appaiono abbastanza credibili.

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La stessa Giuria ha attribuito anche una Menzione Speciale a "El abrazo de la serpiente (Embraze of the Serpent)", terzo lungometraggio del colombiano Ciro Guerra. Si tratta di un dramma epico, ricco di suggestioni estetiche e culturali. È  stato ispirato dai diari di due studiosi ed esploratori bianchi, Theodor Koch-Grunberg e Richard Evans Schultes, che hanno viaggiato in Amazzonia nella prima metà del ventesimo secolo. Racconta appunto la storia dell'incontro tra un indigeno e i bianchi. Karamakate (Nilbio Torres) è uno sciamano che vive isolato nella foresta dell'Amazzonia colombiana. Nel 1909 Theo (Jan Bijvoet) un etnologo tedesco già conoscitore di quelle terre, ma molto malato, accompagnato da Manduca (Miguel Dionisio Ramos), la sua guida indigena che ha adottato i costumi degli europei, lo raggiunge. Pur diffidando, alla fine lo sciamano accetta di aiutare  l’esploratore bianco, perché quest’ultimo gli prospetta la possibilità di ritrovare gli ultimi sopravvissuti della sua tribù dispersi dopo i massacri operati dagli invasori bianchi. Quindi lo scorta in un viaggio in canoa faticosissimo e snervante  alla ricerca della yakruna, una misteriosa pianta medicinale con effetti potentissimi, che potrebbe curare l’infermità di Theo. Durante l’avventurosa risalita dei corsi d’acqua i tre viaggiatori scoprono anche le devastazioni operate dai bianchi che hanno introdotto lo sfruttamento intensivo dell’albero della gomma. Circa 40 anni dopo Karamakate (Antonio Bolivar) è diventato un chullachaqui, un  individuo senza memoria. Evan (Brionne Davis), un etnologo americano, lo rintraccia e insieme compiono un altro viaggio iniziatico nella foresta tropicale, tra misteri e orrori. Il film mescola le due storie con sovrapposizioni spaziali e temporali, essendo molto affascinante sia per le magnifiche location, sia per l’originale e credibile qualità drammatica ed etnografica della prima parte.

Ciro Guerra esprime una notevole sensibilità estetica attraverso la scelta di un bianco e nero ricco di modulazioni, l’uso dei piani sequenza, le pause e le accelerazioni ed è coadiuvato dalla straordinaria qualità della fotografia curata da David Gallego e dall’intenso sound design curato da Carlos Garcia. Tuttavia nella seconda parte del film propone un trip psichedelico piuttosto discutibile, svolte narrative deliranti e d’effetto poco comprensibili e un eccesso di digressioni, diventando decisamente poco credibile. Inoltre rivela un'ansia di denuncia della persecuzione e dell’emarginazione degli indigeni amerindi e della loro cultura che appare pretenziosa e controproducente, anche perché non rinuncia a una loro rappresentazione di maniera. In particolare suscita perplessità la lunga sequenza dedicata alla missione spagnola gestita da un prete santone sadico e folle, responsabile di ogni genere di perversioni e di violenze nei confronti dei bambini e degli adolescenti indigeni convertiti e fautore di fanatici riti che assomigliano alle macabre  messe in scena dell’accampamento del Colonnello Kurtz in "Apocalipse Now" di Francis Ford Coppola.

 

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"El abrazo de la serpiente (Embraze of the Serpent) " Ciro Guerra

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Successivamente abbiamo scelto di recensire otto film narrativi e due documentari scelti tra quelli presentati nelle altre principali sezioni del Festival,  Audentia Award, AKBANK Galas, Challenging the Year, Young Masters e Documentary Time with NTV che, complessivamente, hanno offerto un panorama decisamente interessante delle migliori opere d’autore realizzate nel corso de.l 2015 e dei primi mesi del 2016.

"À peine j’ouvre les yeux (As I Open My Eyes)", opera prima della tunisina, appena trentenne, Leyla Bouzid, coprodotta da Tunisia, Francia, Belgio ed Emirati Arabi,  è un coming-of-age film molto credibile, onesto e maturo. Bouzid non solo caratterizza senza stereotipi i personaggi e le loro relazioni, a livello familiare e sentimentale, ma li inquadra anche perfettamente nel contesto sociale e politico della Tunisia nell’estate del 2010, alla vigilia della cosiddetta “Rivoluzione dei Ciclamini”, il ciclo di proteste, manifestazioni e sommosse popolari che  rovesciò il regime poliziesco dittatoriale del Presidente dittatore Zine El-Abidine Ben Ali e il suo corrotto clan di potere, aprendo la strada al ritorno della democrazia. La protagonista è Farah (Baya Medhaffer), una diciottenne solare, impulsiva e libera. Appartiene al piccolo ceto medio e vive a Tunisi con sua madre Hayet (Ghalia Benali) che è praticamente separata dal marito il quale lavora come tecnico in un impianto industriale fuori città. La giovane, che eccelle negli studi, si è appena diplomata  e la sua iscrizione alla Facoltà di Medicina è stata accettata, con grande soddisfazione da parte dei suoi genitori. Tuttavia, pur non pensando di contrastare le loro aspettative, Farah, nel frattempo, vuole sperimentare senza paura il nuovo nella vita e nell’amore e coltiva la sua passione: è la leading singer di una underground rock band che propone musica progressive fusa con ritmi antichi e testi chiaramente espliciti di denuncia politica e di critica sociale. Spinta da energia creativa, dall’ inclinazione alla ribellione contro il conservatorismo e dal desiderio di perseguire i propri desideri e coinvolta in una storia d’amore con il leader della band, il ventenne Borhène (Montassar Ayari), la protagonista deve fronteggiare la crescente repressione poliziesca. Arrestata e  sottoposta a duri interrogatori con percosse e torture, si rende conto che nel gruppo musicale vi è un informatore della polizia.

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"Ŕ peine j’ouvre les yeux (As I Open My Eyes)", Leyla Bouzid

 

Quindi cerca di smascherarlo, ma la sua veemenza provoca una rottura con Borhène, incerto e impaurito. Sua madre Hayet, memore di personali amare esperienze di ribellione anticonformista che in gioventù avevano segnato il suo destino, tenta di proteggerla e per ottenere la fine della persecuzione si umilia fino ad incontrare il suo ex amante, sordido individuo appartenente ai servizi segreti. Leyla Bouzid propone una messa in scena priva di sperimentalismi, ma con ottima scansione drammatica e attenzione ai dettagli. Dirige al meglio un cast affiatato di ottimi attori ed evita le scene ad effetto,  la deriva psicologista e  retorici intenti didascalici. Riesce a rappresentare efficacemente, e con grande talento visivo, l’atmosfera dell’epoca, gli slanci, le delusioni e le contraddizioni di Farah e dei giovani protagonisti e il fallimento della generazione dei quarantenni e dei cinquantenni, quella di Hayet, vittima di compromessi impossibili, vigliaccheria e ipocrisia.

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"Visaaranai (Interrogation)", terzo film dell’indiano Vetri Maaran, proveniente dallo stato del Tamil Nadu, è un eccellente crime thriller, cupo,  teso e avvincente. È basato sul romanzo “Lock up”, di M. Chandra Kumar e ispirato da fatti realmente accaduti e da un’esperienza autobiografica.  Pandi (Dinesh Ravi), Murugan (Aadukalam Murugadoss), Afzal (Silambarasan Rathnasamy) e Kumar (Pradheesh Raj) sono quattro trentenni poveri, di casta inferiore e di etnia Tamil. Immigrati nello stato  confinante a nord dell’Andhra Pradesh, sono sfruttati come lavoratori precari e costretti, per necessità, a dormire all’aperto in un parco della cittadina dove sono approdati. Una notte vengono arrestati all’improvviso dalla polizia locale, gettati in cella, picchiati selvaggiamente, torturati e costretti a confessare un furto che non hanno commesso e di cui non sanno nulla.  Quindi viene istruito un  processo sommario che viene celebrato in telugu, la lingua  locale che loro conoscono appena. Ma, nel corso dell’udienza, quando sembrano aver perso ogni speranza, Muthuvel (Samuthirakani),  un  detective della polizia della loro città d’origine interviene in loro favore e riesce a convincere il giudice ad assolverli. Tuttavia, dopo la loro immediata scarcerazione, il poliziotto chiede loro di ricambiare il favore. I quattro si sentono costretti ad accettare, ignari  del tragico intreccio in cui verranno coinvolti e dell’incubo che seguirà. Quindi Muthuvel li  riconduce in Tamil Nadu e li  coinvolge  in un’operazione segreta architettata dal governo dello stato: il rapimento del contabile K. K.  (Kishore Kumar G.) che custodisce i conti delle tangenti e delle contribuzioni in nero ricevute dal partito di opposizione. Solo Kumar, che era stato lasciato andare al suo domicilio durante il viaggio di ritorno, riesce a salvarsi. Infatti, dopo che Pandi, Murugan e Afzal sono diventati involontariamente testimoni di un omicidio e di un tradimento politico,  i poliziotti, in combutta con il governo, decidono di eliminarli.

Il film, in lingua Tamil, offre un ritratto molto realistico, efficace e privo di compiacimenti di un mondo endemicamente corrotto e terribilmente crudele, dove dominano le separazioni di casta, il razzismo rivolto soprattutto contro gli immigrati interni di pelle più scura provenienti dal sud del Paese, lo sfruttamento bestiale dei lavoratori privi di protezione contrattuale, il degrado sociale, la terribile violenza arbitraria della polizia, protetta dalla sicurezza dell’impunità, e la lotta politica con ogni mezzo, senza rinunciare all’omicidio, per garantire intrallazzi, ruberie e corruzione in un intreccio perverso tra amministratori statali e imprese. In effetti le gravi storture dell’India contemporanea sono l’altra faccia del boom economico tanto propagandato dal governo attuale guidato  dal Primo Ministro Narendra Modi, leader del  BJP, il partito hinduista integralista. Vetri Maaran ha costruito una trama articolata, con un’interpretazione originale dei canoni del genere, svolte narrative cruciali, ma anche con una solida impostazione documentaristica, e l’ha gestita evitando le facili tentazioni melodrammatiche e didascaliche. Il ritmo serrato e ipercinetico e le potenti soluzioni visive contenute nel film, particolarmente nel corso delle molte sequenze notturne.

 

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"Visaaranai (Interrogation)" Vetri Maaran

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"El clan (The Clan)", dell’argentino Pablo Trapero, è un crime thriller grossolano e ricattatorio. Racconta la storia vera della famiglia Puccio, al centro di un clamoroso e raccapricciante caso di cronaca nera avvenuto durante gli anni della dittatura militare. La vicenda si svolge a Buenos Aires agli inizi degli anni ’80. Nel caratteristico quartiere di San Isidro, in una villetta apparentemente uguale a tante altre vive un clan  familiare che si dedica sistematicamente all’organizzazione di rapimenti di membri di famiglie facoltose. Gli ostaggi sono rinchiusi in un’ala della casa e, dopo il pagamento dei riscatti estorti ai loro congiunti, vengono assassinati.  Arquímedes Puccio (Guillermo Francella), il patriarca sessantenne, è un uomo avido e determinato, che mantiene legami con  ufficiali dell’esercito, partecipando anche, quando richiesto, a operazioni illegali di repressione e di sequestro di militanti democratici. Lui pianifica e guida le operazioni di rapimento, attuate  da  una banda di fidati accoliti.  Tuttavia pretende la collaborazione attiva di tutti i componenti della famiglia, moglie e figli. Per mantenerli sotto il giogo della sua autorità usa ogni mezzo di persuasione: affettuose blandizie, sovvenzioni in denaro e costosi regali, fermi appelli alla solidarietà familiare, ricatti morali e minacce di ogni genere.  Uno dei figli, Alejandro (Peter Lanzani), è un giocatore  di  grande talento della mitica squadra di rugby “Los Pumas”, uno dei team più forti e vincenti a livello nazionale.

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"El clan (The Clan)", Pablo Trapero

 

Ma, piegandosi alla volontà del padre, si presta a individuare  le possibili vittime che devono essere rapite e, essendo insospettabile in ragione della sua popolarità, ne carpisce la fiducia arrivando a conoscere i loro spostamenti e le loro abitudini. Anche gli altri membri della famiglia sono complici, in varia misura, delle efferate imprese criminali e partecipano alla vigilanza dei rapiti. Nel frattempo nel 1983 la dittatura militare è finita e, con il ritorno della democrazia, Arquímedes perde gli appoggi dei suoi padrini. Poi un giorno un incidente provoca una successione di eventi che determina  la scoperta dell’oscura trama criminale da parte della polizia. Trapero propone un ambiguo "film popolare" che sviluppa una escalation drammatica sgangherata e, in parte, grottesca, nonostante il virtuoso gioco dei movimenti della macchina da presa. La spiccata strumentalità nelle modalità narrative punta a suscitare facili “emozioni forti” nello spettatore. L’intensità dei toni è largamente artificiosa e la recitazione degli attori è complessivamente affettata e spesso sopra le righe.

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"The other side", quarto film del trentenne Roberto Minervini, residente da 14 anni negli Stati Uniti e quindi ormai americano d’adozione, è stato girato nel nordest della Louisiana, in un’area povera e desolata. È un eccellente dramma che racconta percorsi esistenziali al limite, sostanzioso e contundente. Anche in questo caso, come nei suoi film precedenti, "The passage" (2011), "Low tide" (2012) e "Stop the pounding heart" (2013), la trilogia che il regista ha dedicato alle regioni interne del Texas, si tratta di un’opera atipica e low budget, realizzata con una troupe ridotta al minimo e costruita come contaminazione tra documentario e finzione. L’incipit, ambiguo e impressionante, mostra un gruppo di persone armate che si addestrano in una foresta. In seguito risulterà chiaro che si tratta di una specie di milizia paramilitare semiclandestina formata da ex combattenti delle forze speciali dell’esercito americano che hanno deciso di prepararsi ad un possibile e, secondo loro probabile, scontro con chi attenterebbe al loro way of living e alle loro famiglie. Quindi  il film si concentra su una coppia di trentenni sottoproletari bianchi, Mark Kelley e Lisa Allen. Sono due tossicodipendenti da anfetamine allo sbando: si amano, ma non riescono a maneggiare la propria esistenza  verso una direzione che offra una qualsiasi prospettiva. Li vediamo vagare per strada, anche senza vestiti, e avere qualche contatto con parenti e “amici”, altri drop out, alcolizzati e drogati e prostitute. Mark  rivendica il suo anticonformismo folle e autodistruttivo, e racconta le sue contraddizioni irrisolvibili di marginale sempre ai limiti dell’illegalità. Poi consente a Minervini di filmarlo con Lisa mentre fanno l’amore, teneri e miserevoli, in una scena disturbante e struggente. La parte finale del film torna a mostrare i paramilitari, svelandone, attraverso i dialoghi, l’ideologia ultraindividualista, machista e razzista (detestano Obama e i negri) e la paranoia ossessiva e vittimista nei confronti di un presunto strapotere dello Stato. Molti di loro hanno precedenti penali o sono coinvolti in processi penali tuttora in corso e quindi hanno perso i diritti civili e non potrebbero possedere e usare le armi da fuoco, ma sognano una ribellione definitiva. "The other side" è un’opera che mostra, con eccezionale empatia, ma senza retorica o manipolazione, la disperazione, la rabbia e la frustrazione di individui consumati dalla dipendenza dalle amfetamine o intrappolati nella subcultura dell’assedio da parte di un ipotetico nemico istituzionale o razziale da fronteggiare con il continuo training militare. Un film iperrealista, emozionante e convincente, che si cala, e ci porta, in un contesto vero e reale molto particolare, senza giudicarlo, ma evidenziandone specificità “culturali” essenziali. Minervini lo ha costruito in simbiosi con le persone filmate, attraverso mesi di riprese: 150 ore ridotte a 92 minuti. Il suo sguardo è autentico perché pericolosamente prossimo e promiscuo, ma riesce, in qualche modo, a mantenere una certa distanza. Sa osservare quegli individui, consumati in una logica solipsistica, assurdamente orgogliosi e, in fondo, piuttosto antipatici e ne mostra comportamenti e ragioni senza censura o falsa compassione, lasciando semmai appena trasparire un sentimento di sincera sofferenza.

Svela la faccia oscura degli Stati Uniti, mostrando un genuino approccio antropologico attento ai luoghi, ai tempi, ai comportamenti e ai sentimenti basilari e privo di inutili psicologismi. La messa in scena è magnifica, semplice e raffinata al tempo stesso, e denota una qualità estetica strabiliante. Da un lato emerge una tecnica documentaristica raffinata. La scelta della telecamera a mano e delle riprese ad altezza “eye level” dei personaggi è un’opzione che, secondo l’autore, avrebbe lo scopo di mettere a proprio agio gli interpreti e di registrarne le emozioni più intime. E ancora, l’utilizzo della pellicola formato 35 mm e la sola illuminazione “pratica” del set per sfruttare le luci naturali e un ritmo cinematografico lento “naturale”, preservato dal montaggio. Infine l’uso del formato panoramico, anche per le riprese in interni, con il risultato di una compressione delle proporzioni dei personaggi e di una ridefinizione dello “spazio americano”, senza immagini stereotipate e inutili tecnicismi. Dall’altro lato si segnala l’utilizzo di non attori che vivono sé stessi, e la scelta dichiarata di stimolarne la gestione “spontanea” di spazi e movimenti.

 

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"The other side" Roberto Minervini

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"Un etaj mai jos (One Floor Below)", del romeno Radu Muntean, è un dramma -  thriller di buona qualità. Un film che evidenzia lucidamente le contraddizioni patologiche nei comportamenti delle persone tuttora presenti in Romania, conseguenza residuale di abitudini mentali e culturali consolidate durante decenni di regime dittatoriale comunista in cui dominavano i metodi repressivi e di corruzione delle coscienze messi in atto dalla famigerata Securitate, i servizi segreti di Ceasescu. Il protagonista della vicenda, Sandu Patrascu (Teo Corban, davvero eccellente), è un cinquantenne attivo, affabile e ottimista,  un  tipo ordinario che appartiene a  quel ceto medio che si va affermando in Romania dopo l’entrata nell’Unione Europea, convinto di poter agire con rispettabilità in un Paese che si va modernizzando. È un tranquillo padre di famiglia che vive a Bucarest in un condominio rispettabile con Olga (Oxana Moravec), la moglie amorevole e con Matei (Ionut Bora), il figlio adolescente. Si tiene in forma correndo alcuni chilometri di prima mattina insieme al suo cane labrador che allena per le  competizioni. Poi inizia la giornata di lavoro che lo porta ad essere sempre in movimento per gestire il suo piccolo business da intermediario in procedure amministrative per le pratiche automobilistiche di proprietà e di revisione. Ma un mattino, mentre sale le scale per tornare al suo appartamento al terzo piano si trova ad essere involontario testimone di un evento inusuale e apparentemente drammatico.  Passando sul pianerottolo del primo piano, si accorge di una porta semiaperta e  ascolta per caso un violento litigio tra due vicini, una donna e un uomo, che sa che abitano in due appartamenti diversi. Si sofferma incuriosito solo per qualche minuto, ma il tempo è sufficiente perché l’uomo esca e si accorga di lui. Poche ore dopo Laura (Maria Popistasu),  la donna in questione, è ritrovata morta a seguito di un violento trauma cranico e la polizia, giunta sul posto, inizia le indagini. La dinamica dei fatti non è chiara e vengono  effettuate le ipotesi sia di un omicidio sia di un sinistro. Peraltro Sandu non riferisce l’episodio di cui è a conoscenza. Nei giorni successivi si concentra sulla sua attività, ma è tormentato dai dubbi. Si mette in contatto con un vecchio amico commissario di polizia, ma poi desiste dalla volontà di testimoniare.  Finché un giorno viene fermato da Vali (Iulian Postelnicu), il vicino trentenne sposato del primo piano, non sospettato dalla polizia che, riguardo alla donna morta, sta propendendo per un caso di morte accidentale. L’uomo spinge Sandu a invitarlo nel suo appartamento e gli richiede una prestazione professionale ben pagata per una pratica riguardante la registrazione della propria auto. Da quel momento si instaura una relazione molto ambigua tra i due. Vali non accenna mai all’episodio della lite misconosciuta dalla polizia né minaccia mai direttamente il testimone, ma appare insinuante e, successivamente, giunge a mostrarsi amichevole con Olga e servizievole nei confronti di Matei che ha problemi con il computer. Sandu appare sempre più nervoso e turbato, tra  crisi di coscienza e peso del segreto, ma non si confida con nessuno e si sente alle strette. Il tratto caratteristico dei film di Radu Muntean (in particolare in Boogie, del 2008, e in Tuesday, after Christmas, del 2010) è quello di rappresentare molto bene le contraddizioni esistenziali, sociali ed, in ultima analisi, politiche di una società in rapida e drammatica trasformazione in cui i protagonisti, appartenenti al fragile nuovo ceto medio, faticano ad assumere le proprie responsabilità. In questo film Muntean costruisce una trama con connotazioni di trhriller, ma è evidente che gli interessa soprattutto configurare il dramma interiore di Sandu, senza manipolare lo spettatore. Quindi lavora per sottrazione, attraverso le pieghe di una quotidianità “normale”, descritta con un realismo di basso profilo, che viene  gradualmente sconvolta. Sfrutta al meglio gli spazi domestici ristretti e il fuori campo e calibra accortamente i significativi piani sequenza per equilibrare inquietudine interiore del protagonista e progressione “aperta” della storia.

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"Un etaj mai jos (One Floor Below)", Radu Muntean

 

Tuttavia l’apparente understatement viene  progressivamente convertito in una tensione discretamente costante, ma controllata, tra interrogativo morale e  timore di perdita di una “felice” condizione di vita. Quantunque i pensieri reconditi, le motivazioni della scelta di mantenere il segreto e le vere intenzioni di Sandu non vengono mai chiaramente esplicitati fino al finale sorprendente, ma non certo liberatorio. Il protagonista, presente in ogni scena e tallonato dalla macchina da presa che scruta continuamente il suo volto, sembra un uomo proiettato nel futuro  e immemore delle ombre del passato, ma poi, di fronte alla possibilità di  ottemperare a un dovere civico, in lui scatta un antico riflesso condizionato che lo spinge all’omertà. Peraltro ciò che accade intorno a lui, i comportamenti della polizia, del probabile assassino e persino dei suoi familiari, lo induce a concludere che rispetto all’oscuro passato non è cambiato nulla: permane la corruzione delle anime,  valgono gli stessi metodi e il singolo deve salvarsi individualmente.

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"La memoria del agua (The Memory of Water)", sesto film del cileno Matías Bize, è un dramma esistenziale che descrive il disfacimento di una coppia di coniugi della classe media. Un film ambizioso, costruito con cura, ma viziato da precarietà e incertezze nella narrazione e nell’analisi psicologica. Amanda (Elena Anaya), traduttrice e interprete professionale, e Javier (Benjamin Vicuña), architetto, costituiscono una coppia apparentemente felice, allietata dalla presenza di  Pedro, il loro figlio di quattro anni. Purtroppo la distrazione di un attimo provoca un fatale incidente: la morte per annegamento del bambino nella piscina posta nel loro giardino. Nessuno dei due è oggettivamente responsabile, ma la tragedia scatena un enorme e irrisolvibile senso di colpa e un mutamento repentino nella loro vita. Entrambi sono incapaci di elaborare il lutto, ma, lentamente, il loro percorso di sopravvivenza inizia a divergere portandoli alla separazione. Amanda non riesce a sopportare il dolore quotidiano che le provoca la consuetudine con oggetti e ricordi presenti nella loro casa. Quindi si immerge completamente nel lavoro e cerca un nuovo inizio. Rivede Marcos (Nestor Cantillana) un precedente fidanzato e, alla fine, lascia il marito. Javier al contrario vorrebbe rimuovere l’incidente, si attacca disperatamente alla memoria del passato felice e non accetta l’allontanamento della moglie che considera inspiegabile e inutile.

Bize, autore da sempre interessato alla rappresentazione delle dinamiche delle relazioni sentimentali di coppia e delle contraddizioni della generazione dei trentenni, nei suoi film precedenti ha privilegiato il racconto in un breve arco temporale e in presa diretta, simulando il tempo reale. Al contrario in questo film propone un respiro temporale più ampio e utilizza interessanti ellissi narrative con lo scopo di caratterizzare e approfondire la dialettica melodrammatica tra i due protagonisti. Pare animato da ottime intenzioni di confezionare un dramma tragico con sincerità. In effetti evita il cinismo e  la tentazione di manipolare lo spettatore con scene ad effetto e ricatti emotivi. Punta sull’interpretazione dei due attori protagonisti e mostra uno sguardo delicato e sottilmente empatico. Tuttavia, purtroppo, non calibra  bene i tempi drammatici, dissemina dialoghi pleonastici, spesso scontati o eccessivamente esplicativi,  e si concentra troppo sul dolore di Javier reiterando le  scene  della sua sofferenza muta e inappellabile. Si perde in momenti di sterile psicologismo e in una descrizione inefficace delle tappe dell’incomunicabilità tra i due coniugi. Ne deriva un film ripiegato su sé stesso, troppo calcolato, ingessato e irrisolto.

 

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"La memoria del agua (The Memory of Water)", Matias Bize

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"La calle de la amargura", del veterano messicano Arturo Ripstein, è un dramma tragico ambientato nei bassifondi della capitale messicana. Le protagoniste sono due anziane prostitute, complici da sempre, ma,  incapaci di vera solidarietà reciproca. Due donne stanche, amareggiate e incattivite dalla vita, disposte a tutto per andare avanti. Adela (Patricia Reyes Spíndola, attrice feticcio di Ripstein, semplicemente magnifica) sfrutta la vecchia madre mentalmente minorata costringendola a mendicare in strada. Zema (Arcelia Ramírez) deve sopportare il marito, che ama indossare indumenti femminili, la deruba e  intrattiene relazioni omosessuali clandestine con amanti occasionali, e deve occuparsi della figlia adolescente irresponsabile e bugiarda. Una sera rientrano nelle rispettive abitazioni decrepite, incarognite perché  non sono riuscite a lavorare. Poi si ritrovano  in un albergo a ore dove hanno appuntamento con due nani gemelli mascherati che lavorano come luchadores coadiuvanti nel mondo  del wrestling. I due che si fanno chiamare Ak-47 e Muerte, sono rozzi e cinici e picchiano regolarmente le rispettive consorti. Quella notte Adela e Zema hanno un disperato bisogno di soldi e non esitano a drogare i loro due clienti per derubarli dei guadagni. Ma  il farmaco utilizzato per stordirli ne causa la morte. A questo punto è del tutto evidente che il vero protagonista del film è il destino. Ancora una volta Arturo Ripstein, che vanta  ormai 50 anni di carriera, riconferma uno stile accorto e controllato che predilige i tempi lunghi e riecheggia stilemi e motivi antropologici e culturali del cinema di Luis Buñuel. Come nel suo precedente La virgen de la lujuria (2002), che peraltro  è ambientato negli anni ’40, quasi che la realtà di sofferenza, oggi come allora, a Ciudad de México sia immutabile, il film propone un microcosmo chiuso e claustrofobico popolato da un’umanità di marginali, esclusi, reietti, sbandati e disperati, personalmente e socialmente vinti, imprigionati nello squallore e sostenuti da sogni impossibili. I personaggi  del cinema di Ripstein non possono eludere la trappola del destino.  Possono  concepire piani e ordire trame, spesso criminali, ma non hanno possibilità di sfuggire al fato.  Colpevoli, anche quando sono vittime, non hanno scampo.

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"La calle de la amargura", Arturo Ripstein

 

Lo sguardo verso  di loro è empatico, ma non viziato da sentimentalismo e privo di velleità moralistiche. La sceneggiatura scritta come sempre da Paz Alicia Garcíadiego, consorte e abituale collaboratrice di Ripstein, sarebbe basata su una vicenda realmente accaduta ed è caratterizzata da dialoghi crudi, ma sorprendentemente ricchi, con espressioni saporite, arcaiche e astruse. La messa in scena, scarna ed essenziale, utilizza magistralmente lo spazio, adattandolo ai personaggi e viceversa. Su un registro realista, naturalista e “miserabilista”, impreziosito dallo splendido bianco e nero della fotografia curata da Alejandro Cantú, si alternano toni grotteschi, tragici e persino surreali.  Secondo il suo stile consueto, con ritmi lenti e ammalianti, Ripstein si affida a fluidi piani sequenza e cura la composizione e lo sviluppo della stessa sequenza con una varietà di movimenti della videocamera digitale che creano il quadro spaziale e dinamico e accompagnano l’articolazione narrativa. Non vi è compiacimento narcisistico, ma precisione estetica perfettamente consona alla qualità della storia.

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"Ilegitim (Illegitimate)", quarto lungometraggio del romeno Adrian Sitaru,  è un dramma, ambientato a Bucarest, con al centro  alcune tematiche forti: l’incesto, l’aborto, la moralità e  la relazione tra un padre e i figli. Il contesto è quello di una famiglia del fragile ceto medio i cui membri faticano ad affrontare un evento traumatico che non solo mette in discussione le relazioni interpersonali tra loro, ma che li induce anche a un lacerante confronto tra il presente e il passato. Un groviglio esistenziale  che riflette la volontà di progresso di una società in rapida e drammatica trasformazione, ma in cui persistono le contraddizioni patologiche nel vissuto delle persone, tuttora presenti in Romania, conseguenza residuale di abitudini mentali e culturali consolidate durante i decenni  precedenti in cui dominavano i metodi di controllo e repressione poliziesca e di corruzione delle coscienze messi in atto da parte dell’apparato  del regime  dittatoriale di Ceausescu. La famiglia Anghelescu sembra vivere in buona armonia. Il padre vedovo Victor (Adrian Titieni), un ginecologo e ostetrico sessantenne, incontra regolarmente i suoi quattro figli: Gilda (Cristina Olteaunu), Cosma (Bogdan Albulescu), il maggiore,  medico, e i gemelli Sasha (Alina Grigore) e Romeo (Robi Urs), studenti universitari appena ventenni. Durante un pranzo in cui sono tutti riuniti, con la presenza anche dei coniugi di Gilda e di Cosma, mentre si svolge una tranquilla conversazione, il figlio maggiore affronta senza mezzi termini il genitore,  rivelando la notizia, contenuta in  alcuni dossier a cui sono stati tolti i sigilli,  secondo cui Victor avrebbe denunciato alcune donne che volevano rendere pubblica la scelta di aver praticato l’aborto, vietato dal regime comunista fino al 1989.  E insiste chiedendogli se corrisponde al vero quanto appreso da alcuni suoi amici: Victor era un collaborazionista del governo che, lavorando in ospedale, informava periodicamente le autorità segnalando i nomi di donne che avevano tentato di abortire, interrompendo gravidanze indesiderate. Nonostante la modalità scortese con cui è stato accusato, che nasconde un’ostilità latente  del figlio nei confronti di suo padre, Victor risponde confermando la veridicità di quei fatti e ne assume pienamente la responsabilità, affermando che la motivazione della sua condotta  derivò da una scelta morale  legata alla convinzione in coscienza che l’aborto interrompe una vita e che quindi  determina un omicidio. E per di più aggiunge polemicamente che i gemelli Sasha e Romeo devono la loro vita al fatto che lui,  coerentemente, si oppose quando la  moglie, incinta di loro due, voleva abortire.  Le differenze di opinioni scatenano una rissa veemente e, nel momento culminante della disputa, Victor e Cosma  vengono alle mani. Ne deriva una gravissima frattura con reciproche recriminazioni, tra richiami a verità assolute e ipocrisie  forse inconsapevoli. Qualche tempo dopo Cosma apprende che tra Sasha e Romeo esiste una relazione incestuosa. Sasha è angosciata e vorrebbe interrompere la storia d’amore con il fratello, ma scopre di essere incinta e Romeo difende strenuamente l’opzione di far nascere il bambino, sfidando  giudizi morali e convenzioni sociali. Quando Cosma comunica la traumatica notizia al padre e lo fa incontrare con i due figli amanti, Victor prova un terribili dolore e  caccia i figli dal suo alloggio dopo aver manifestato una violenta indignazione.

Cosma decide di  offrire a Sasha la possibilità di abortire, ma, mentre la sofferenza emotiva aumenta, le cose si complicano. Adrian Sitaru consente ad ogni personaggio uno spazio sufficiente per sostenere i principi morali in cui crede e si sforza di non manipolare lo spettatore. Offre un lucido resoconto delle modalità comportamentali disperatamente tenaci, delle frustrazioni e dei dilemmi dei protagonisti, controlla efficacemente la recitazione degli attori, pur mostrando qualche eccesso prosaico, ed evita lo psicologismo di maniera. Propone una messa in scena realista con una chiara impronta teatrale,  girando quasi interamente in  interni,  ponendo sempre la telecamera al centro della scena con efficaci movimenti, close up e zoom che seguono uno ad uno i personaggi e utilizzando sapientemente il fuori campo. La narrazione, spiccatamente documentaristica, simula il tempo reale con una tensione che si sviluppa sottilmente e genera brevi e violente esplosioni sempre conseguenti lo sviluppo della storia e aliene dalla logica del climax e preparando poi un epilogo inatteso e parzialmente irrisolto, che comunque non può essere letto in  termini conciliatori o catartici.

 

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"Ilegitim (Illegitimate)", Adrian Sitaru

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"Sobytie (The Event)", del cinquantenne Sergei Loznitsa, nato in Bielorussia, cresciuto in Ucraina, e da anni residente in Germania, prosegue la ricerca, presente in tutto il suo cinema, rigoroso e umanista,  sul popolo e sul potere in Russia e nei Paesi ex sovietici durante i 70 anni del regime comunista e dopo la sua caduta, fino ad oggi. Si tratta di un documentario straordinario che  rievoca il colpo di Stato (noto come Putsch) organizzato in Russia da un gruppo di comunisti revanchisti, nell’agosto del 1991, per  conquistare il potere. I golpisti  posero agli arresti domiciliari il Presidente Gorba?ëv, che peraltro mantenne una posizione estremamente ambigua, ma  dovettero desistere dopo pochi giorni grazie alla mobilitazione a Leningrado e soprattutto a Mosca dove Boris Eltsin guidò la resistenza difendendo la Casa Bianca, sede del governo russo. E, dopo il fallimento del golpe, avvenne la definitiva liquidazione della struttura statale e di potere sovietica. Loznitsa intende capire quali furono i fatti reali, depurati dalla mitologia e dalla propaganda che li hanno mistificati e oscurati. Ma, come ha dichiarato, non gli interessano i politici, ma le persone. Perché da sempre, essendo critico sulla carenza di democrazia nei Paesi ex sovietici, ricerca e mostra le ragioni e le modalità della corruzione delle coscienze e della decadenza dei rapporti umani innescate, nel territorio della ex URSS, dal  regime comunista e tuttora presenti. Quindi ha costruito un film del tutto atipico, utilizzando un dispositivo cinematografico molto particolare. Affascinato dalla popolazione di Leningrado / Pietroburgo, ha deciso di rappresentare senza mediazioni un unisco protagonista: il popolo. Ovvero un’entità fisica di massa che si  posiziona collettivamente per opporsi e per resistere in quei giorni cruciali di paura, eccitazione e mobilitazione che avrebbero modificato definitivamente la vita di tutti.. La scelta è la stessa che è all’origine del suo precedente documentario "Maidan" (2014), lo straordinario racconto per immagini della rivolta popolare di Kiev, contro il Presidente “traditore” filorusso Yanucovych, dal novembre 2013 al marzo 2014. E come in quel caso Loznitsa ha ricercato un unico angolo visivo, fornendo un collage di inquadrature fisse prolungate della folla in movimento  o stazionante nelle strade e nelle piazze della città. Tuttavia, trattandosi di  fatti avvenuti 24 anni fa, ha dovuto  servirsi di materiale d’archivio. Ha  utilizzato lo stesso metodo con cui aveva realizzato il suo precedente documentario, "Blokada (Blockade)" (2005), riguardante l’assedio di Leningrado da parte dell’esercito nazista, durante la Seconda Guerra Mondiale e basato su footage d’archivio. Come in quel film anche in "Sobytie (The Event)" le riprese documentano la vita della popolazione durante un evento eccezionale, una tragica calamità. Peraltro la maestria di Loznitsa nel selezionare immagini reali e veridiche è tale che il film sembra essere stato girato recentemente.

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"Sobytie (The Event)", Sergei Loznitsa

 

Le persone si radunano, conversano, esprimono opinioni, dichiarazioni, aspettative, guardano in macchina, si disperano e gioiscono. Le notizie e i passaparola più disparati circolano febbrilmente, si ascoltano comizi pronunciati da sconosciuti saliti su palchi improvvisati e  si odono i rumori prodotti da chi erige le barricate. L’unica colonna sonora musicale in sottofondo sono le note  dell’opera lirica  “Il lago dei cigni”, di ?ajkovskij, perché  era trasmessa di continuo, al posto dei notiziari, dalla radio e dalla televisione statali, occupate e controllate dai golpisti durante quei giorni. Volti tesi, preoccupati e anche felici, parole, speranze e timori. Tuttavia la sequenza più impressionante del film è quella dei minuti finali quando la folla si assiepa all’ingresso degli uffici e degli archivi che sono stati chiusi. Sulla porta è stato posto un cartello vergato a mano con la scritta ”Non è cambiato nulla”. Ogni inquadratura è un atto politico e ci fornisce una parte della dinamica e della circolarità degli eventi. Tutto cambia per non cambiare. Ma non  si tratta di un giudizio del regista, piuttosto è la certificazione di  un cinema di vinti che emerge dalla documentazione di quello che è successo e che succede nelle strade e nelle piazze.

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Where to invade next, dell’americano Michael Moore, è un documentario brillante, molto spiritoso e polemico. Partendo da un presupposto paradossale, propone un’inchiesta policentrica con lo scopo di evidenziare le contraddizioni del sistema politico e sociale degli Stati Uniti e del cosiddetto American Way of Life e di mettere in discussione il mito della supremazia statunitense. Il regista, e al tempo stesso protagonista nelle vesti di un bonario, candido e malizioso viaggiatore e reporter globale, esordisce dichiarando di avere  offerto al Pentagono, il Dipartimento della Difesa del governo degli Stati Uniti, di invadere in solitario e pacificamente,  brandendo la bandiera a stelle e strisce, alcuni Paesi lontani civilizzati, con lo scopo di riportare in Patria alcuni suggerimenti e contenuti utili agli americani. È evidente la sottile satira nei confronti dello spirito guerrafondaio  per cui sono spesso accusati gli Stati Uniti. Quindi, convinto che da qualche parte nel mondo esistano soluzioni ai pressanti problemi sociali degli USA, Moore intraprende un viaggio con più tappe in vari Paesi alla ricerca di modelli di  qualità della vita  e  di lavoro e di  servizi sociali migliori. In ogni Paese incontra persone comuni e  diversi professionisti di vari settori, dai servizi pubblici all’imprenditoria privata ad attivisti del  volontariato, e manifesta divertita sorpresa nell’apprendere leggi e regolamenti diversi da quelli vigenti negli USA, esperienze innovative e le misure protezionistiche del cosiddetto “welfare state”, che peraltro oggi, come si sa, sono spesso in crisi o criticabili. La narrazione scorre piacevolmente con punte esilaranti grazie alle performances dello stesso Moore come “accidental traveller” e ai siparietti che  inscena quando si aggira a fare interviste e domande. Risulta particolarmente efficace mentre “provoca” bonariamente i suoi interlocutori o manifesta il suo entusiasmo di fronte a servizi e a fenomeni sociali che a noi europei appaiono normalissimi. Citiamo quindi le esperienze positive vissute dal regista, che lo spingono ogni volta a considerare come le stesse problematiche  generano scontri, scompensi e ingiustizia sociale negli Stati Uniti: la regolamentazione del diritto alle ferie, varie settimane, e ai riposi in caso di gravidanza ad entrambi i genitori, stabilita  nei contratti di lavoro in Italia; la qualità e il controllo del pasti nelle mense, e la presenza dei corsi di educazione sessuale, a cui corrisponde una minor incidenza di gravidanze indesiderate tra i giovani minorenni, nelle scuole pubbliche in Francia; l’efficienza e la sperimentazione nel sistema  scolastico pubblico in Finlandia che ha abolito i compiti a casa e si propone un’educazione globale dell’individuo; il sistema universitario che non prevede tasse scolastiche in Slovenia; l’approccio corretto alla memoria del passato, con la  presenza di monumenti e altre iniziative per ricordare la tragedia dell’Olocausto, e la pacifica convivenza multietnica in Germania; la depenalizzazione delle droghe leggere in Portogallo; la qualità delle normative per la parità dei sessi in Islanda e la forte presenza femminile nella vita politica; la qualità del sistema giuridico, e la convinzione dei cittadini di non dover perseguire la vendetta anche in casi come l’orrenda strage di giovani compiuta  nel 2011 dal nazista Anders Behring Breivik, in Norvegia; l’incontro con una donna tunisina che lo rende edotto della cultura di Paesi diversi, pressoché ignorata negli USA.

Il documentario è sarcastico e divertente ed è filmato con abilità, intuizione e con abile interposizione di vecchi footage e videoclip, e di brani musicali. Nonostante si possa facilmente accusare Moore di aver scelto solo casi esemplari o di averli presentati  con una parzialità di giudizio che esclude l’evidenza degli aspetti critici o negativi, pur presenti, è innegabile che il regista sembra aver ritrovato la felice ispirazione, gli accenti umanistici e la misura convincente dei suoi migliori documentari: "Roger and me" (1989) e "Fahrenheit 9/11" (2004). In effetti riesce a limitare la sua indole didascalica e la denuncia ideologica che manipola astutamente i fatti, con spirito cinico ed opportunista, disegnando un fumetto popolare e una farsa sociale, fino all’invettiva populista, commovente ed indignata, che ripropone un’etica vendicativa secondo l’ottica, molto yankee, privatistica, anarcoide ed illusoria, dello scontro tra l’individuo e lo Stato, che  purtroppo caratterizza invece altri suoi lavori come "Sicko" (2007) rouge

 

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"Where to invade next ", Michael Moore

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35. ISTANBUL FILM FESTIVAL

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07 - 17 / 04 / 2016

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